Durante la terribile esplosione a Beirut del 4 agosto è andato perso l’85% delle derrate in grano del Paese, stoccate vicino al deposito di esplosivo nel centro della città. “La crisi è anche incuria, follia, disinteresse per la cosa pubblica”, insieme al fatto che “le richieste di cambiamento da parte di tutta la popolazione libanese rivolte alla classe politica sono state totalmente inascoltate. Tanti nostri amici libanesi ci dicono di temere che solo una guerra possa cambiare una situazione così bloccata”. A parlare è Alberto Capannini, volontario della comunità Papa Giovanni XXIII impegnato nell’Operazione Colomba in Libano, in un’intervista al settimanale della diocesi di Vittorio Veneto “L’Azione”.

“Non occorre aspettare una guerra per muoversi – afferma Capannini -. Il Libano ha avuto una forma di stabilità fondata su molte contraddizioni che ora stanno esplodendo: il sistema dei partiti, la corruzione, una classe politica che non ha accettato di rinnovarsi e un modello economico con ricchissimi e poverissimi fianco a fianco. Per ora l’unica cosa che sembra reggere è la sua tolleranza”. La Comunità Papa Giovanni XXIII è presente in Libano dal 2013 con decine di volontari che si sono alternati in alcuni campi profughi nel nord del Paese. “Noi osserviamo la situazione del Libano dal punto di vista dei profughi siriani – precisa -, ci sembra che la crisi istituzionale riguardi davvero tutte le istituzioni, a volte anche le Chiese, mentre c’è una società civile libanese vivace e creativa; risulta molto difficile però capire come potrà strutturarsi e trovare rappresentanza. O se, come altri, arrendersi ed emigrare”.

I rifugiati siriani, oltre un milione, vivono per lo più nel nord e nell’est del Paese. Più del 95 per cento di loro non ha documenti e almeno 400mila abitano in tende precarie di nylon e legno. “Una parte di queste famiglie – racconta Capannini – riceve aiuti dalle Nazioni Unite che permettono poco più della sopravvivenza, ma per legge è loro vietato ogni lavoro che non sia fare il bracciante nei campi o il manovale nell’edilizia. Almeno un terzo dei bambini siriani non ha accesso alla scuola regolare e la sanità, privatizzata e a pagamento, è praticamente irraggiungibile. I siriani in Libano vivono una situazione di limbo da ormai 10 anni, se tornano in Siria saranno costretti ad arruolarsi o andare in carcere (gli uomini). In Libano non c’è futuro e il resto del mondo non li vuole: forse più che un limbo sembra un inferno”.

Fonte: Sir