Foto da Agensir
Foto da Agensir

L’Italia ha perso il gusto di immaginare e costruire il proprio futuro, vive nel presente con orizzonti ristretti. La pandemia aggrava questa situazione ma, per altri versi, permette anche di ripensare il nostro modello di sviluppo attraverso un profondo esame di coscienza”. Lo sostiene Giorgio De Rita, segretario generale del Censis, davanti all’emergenza Covid-19. La pandemia, infatti, sta facendo emergere “atteggiamenti di risentimento e rancore” in parte della popolazione sempre più preoccupata per il futuro del Paese in crisi. In discussione anche la reale capacità, anche politica, dell’Italia di costruire una società più sostenibile e giusta nei suoi vari ambiti, economia, politica, salute, istruzione, lavoro, convivenza. “Se ci fermiamo ai problemi dell’immediato rischiamo di perdere un’occasione straordinaria di rinnovamento del Paese”.

“La società italiana chiede un rinnovamento profondo e per farlo c’è bisogno di guardarsi dentro per capire cosa non ha funzionato” afferma De Rita che è intervenuto al Meeting di Rimini dove si è parlato di nuovi spazi per educazione e formazione e su come “liberare le iniziative della società”. A margine dell’incontro il Sir lo ha intervistato.

De Rita, l’emergenza Covid sembra stia facendo emergere un’Italia dai tratti rancorosi e in preda al risentimento. È d’accordo con questa visione?
Questa della società italiana ‘rancorosa’ è una interpretazione che abbiamo dato già diversi anni fa. Questo fenomeno di crescita di un risentimento e di paura è un altro aspetto del blocco della crescita economica e sociale del nostro Paese. Negli scorsi anni l’Italia ha accumulato rancore perchè aveva paura del futuro, aveva visto interrompersi la scalata e il progresso sociale. Oggi la pandemia ha aggravato la situazione: chi faceva fatica prima, oggi ne fa ancora di più, le diseguaglianze si stanno rapidamente allargando. Due i sentimenti che convivono in questa situazione: quello della speranza, o meglio dell’occasione da non perdere, della possibilità di ritrovare la via dello sviluppo, e quello dell’insicurezza e della paura, dell’incertezza. Prima si aveva una paura di ‘lunga gittata’ come quella dei figli, della pensione, per la vita che si allunga. Oggi invece si prova la paura dell’immediato, per esempio quella di ammalarsi domani e non fra qualche anno.

Paura di ammalarsi ma anche di non potersi curare: al Meeting è emerso che il 12% degli italiani ha rinviato le cure mediche per minori disponibilità economiche…
Questo è un tema importante. Il Censis ha stimato, circa otto anni fa, in 12 milioni gli italiani che rinunciano a prestazioni sanitarie e cure mediche. Le cause vanno ricercate nelle attese troppo lunghe, perché non ci sono soldi, perché non si sa bene dove andare. Si rinviano cure essenziali. Non dimentichiamo che ogni 100 euro spesi in cure sanitarie, 24 vengono direttamente dalle tasche delle famiglie. Dieci anni fa erano pochi spiccioli. Questo ha cambiato il rapporto del cittadino col sistema sanitario. Chi può ricerca una maggiore qualità, per chi non ha risorse, invece, c’è una sorta di abbandono delle prestazioni sanitarie. Se continuiamo a dire che il tema sanitario è legato alla pandemia vuol dire abbiamo perso di vista il bosco e ci siamo concentrati sul ramoscello.

La pandemia ha acuito lo scollamento tra Paese reale e mondo politico e delle Istituzioni?
Il fenomeno della disaffezione degli italiani verso la politica è un fenomeno che dura da circa 20 anni. Il livello di sfiducia raggiunge quasi l’85%. Al tempo stesso, però, gli italiani scelgono la politica come primo argomento nel palinsesto televisivo. Questo indica che c’è attenzione, partecipazione e gusto di vedere le cose. La pandemia offre probabilmente l’opportunità di ricucire questo filo strappato. Gli italiani chiedono alla politica di fare un salto di qualità in avanti. Per il momento si vede poco.

Prevede un autunno caldo come molti prospettano?
Difficile dirlo. Sarà pieno di difficoltà e di incertezze ma anche un autunno in cui continuiamo a ripeterci che ci sono soldi e risorse. Quindi significa che dobbiamo mettere sul piatto le aspirazioni, la speranza per guardare avanti e ricucire gli strappi del passato. Ciò che serve è la capacità di immaginare il futuro e questo vale per tutta la società italiana. Senza questa immaginazione e gusto del futuro si resta fermi come è accaduto al nostro Paese negli ultimi 10 anni. Abbiamo accumulato rancore senza immaginare nulla di cosa sarebbe stato il domani.

“Immaginare e costruire il proprio futuro” chiede una forte e decisa volontà politica di investire sui giovani. Anche in questo campo si è fatto poco: è solo un problema di risorse, di soldi?
Immaginare il futuro è proprio questo: guardare ai giovani, ai nostri ragazzi, ai bambini che frequentano le scuole elementari. Non dimentichiamo che solo nell’ultimo anno la scuola elementare ha perso 42 mila alunni, ovvero l’equivalente di un centro urbano come Macerata. Immaginare il futuro allora significa anche pensare cosa sarà la nostra società fa 20 anni quando i nostri giovani cominceranno le loro esperienze professionali. Se non guardi ai giovani che futuro puoi immaginare? Quello di pensionati vecchi che hanno paura di ragazzi che arrivano scalzi dal deserto?

Quanto alle risorse?
Credo sia un falso problema. Sulla scuola abbiamo speso molto poco rispetto alle medie europee, ma è un problema di progetto. Che tipo di scuola immaginiamo, quale la sua organizzazione, le sue strutture, la didattica, gli insegnanti. Senza un progetto si va avanti alla cieca cercando di sopravvivere. Questo è l’errore fatto in questi anni. Lo sviluppo del Paese, come detto anche da Mario Draghi, passa per l’educazione, per i giovani, per la scuola. Dobbiamo chiederci perché da 40 anni non riusciamo più ad investire sulla scuola, ad immaginare un livello scolastico adeguato ai tempo. Siamo rimasti ancorati al modello degli anni 60-70 e questo ci ha fatto smarrire la via dello sviluppo. La sfida è ritrovarla.

Come?
Cominciamo a chiederci di cosa hanno bisogno il mondo dell’industria, dei servizi, il sistema produttivo, quello delle start up e rispetto a questo progettare la scuola. Dobbiamo rimettere insieme il momento dell’educazione e formazione con quello della vita professionale. Non possono restare mondi separati.

Prima ha detto che molti italiani chiedono alla politica di fare un salto di qualità in avanti. Cosa chiedono invece alla Chiesa?
Per tanti anni la Chiesa è stato uno dei motori dello sviluppo. Ora si sta guardando intorno per capire come sta cambiando la società. La Chiesa ha un passo lento ma oggi gli italiani le chiedono di affrontare il problema in fretta. Vedono una Chiesa timorosa quando in passato essa è sempre stata, nei confronti della società, un contraltare importante. La Chiesa dovrebbe riuscire a trovare un equilibrio fra i due temi più importanti degli ultimi 50 anni vale a dire l’evangelizzazione e la promozione umana, aiutando a far crescere l’uomo, per quello che è, dentro la società e non solo dentro la comunità ecclesiale.

Su cosa puntare per risollevare il Sistema Italia?
Sulla sua capacità di adattamento. Noi siamo un popolo che si è adattato a invasioni, crisi, trasformazioni durante millenni di storia. Le nostre strutture sociali sono adattative per natura. Questa capacità di resilienza del nostro Paese non ha eguali nel mondo. Lo abbiamo dimostrato recentemente nel lockdown. Oggi questa capacità deve essere tessuta all’interno di un progetto complessivo altrimenti saranno tante molecole che si muovono singolarmente senza riuscire a fare percorso comune. Se questo Dna non diventa un attivatore di sviluppo e rimane solo una forma di resistenza alla crisi non andremo da nessuna parte.

Daniele Rocchi
Fonte: Sir