Francesco all’Angelus di oggi (Foto: Ansa/Sir)

“La catastrofe di martedì scorso chiama tutti, a partire dai libanesi, a collaborare per il bene di questo amato Paese. Il Libano ha un’identità peculiare, frutto dell’incontro di varie culture, emersa nel corso del tempo come un modello del vivere insieme. Certo, questa convivenza ora è molto fragile, lo sappiamo, ma prego perché, con l’aiuto di Dio e la leale partecipazione di tutti, essa possa rinascere libera e forte”.

È la preghiera di Papa Francesco oggi all’Angelus unita ad un accorato appello rivolto alla comunità internazionale per un generoso aiuto. E poi il forte invito alla “Chiesa in Libano ad essere vicina al popolo nel suo Calvario, come sta facendo in questi giorni, con solidarietà e compassione, con il cuore e le mani aperte alla condivisione”.

Un’esortazione cui unisce un’ulteriore raccomandazione pronunciando a braccio parole piene di compassione. “Per favore – ha aggiunto il Pontefice – chiedo ai vescovi, ai sacerdoti e ai religiosi del Libano che stiano vicini al popolo e che vivano con uno stile di vita improntato alla povertà evangelica, senza lusso, perché il vostro popolo soffre, e soffre tanto”.

Prima della preghiera, che il Papa ha concluso invocando la benedizione della “Vergine di Harissa, Regina del Libano”, Francesco ha rinnovato il suo appello al disarmo ricordando anzitutto i tragici bombardamenti del 6 e del 9 agosto di Hiroshima e Nagasaki e rievocando con gratitudine la visita dello scorso anno in Giappone: “Rinnovo l’invito a pregare e a impegnarsi per un mondo totalmente libero da armi nucleari”.

Tutto incentrato sull’abbandonarsi “con fiducia a Dio in ogni momento della nostra vita, specialmente nell’ora della prova e del turbamento”, l’invito rivolto da Francesco prima della recita dell’Angelus. Commentando il brano evangelico in cui Gesù cammina sulle acque, il Papa indicato ha nella barca in balia della tempesta l’immagine della Chiesa, “che incontra venti contrari, a volte prove molto dure: pensiamo a certe lunghe e accanite persecuzioni del secolo scorso, e anche oggi, in alcune parti”.

Situazioni che possono generare la tentazione di pensare che “Dio l’abbia abbandonata anche se in realtà – ha aggiunto – è proprio in quei momenti che risplende maggiormente la testimonianza della fede, la testimonianza dell’amore, la testimonianza della speranza”.

Per questo, ha ribadito il Pontefice, “quando nei momenti difficili della vita, dove tutto diventa buio e come Pietro sentiamo forte il dubbio e la paura e ci sembra di affondare, non dobbiamo vergognarci di gridare e come Pietro: ‘Signore, salvami!’. Bussare al cuore di Dio, al cuore di Gesù: ‘Signore, salvami!’. È una bella preghiera e possiamo ripeterla tante volte”. E “il gesto di Gesù, che subito tende la sua mano e afferra quella del suo amico – ha concluso – va contemplato a lungo: Gesù è questo, Gesù fa questo, Gesù è la mano del Padre che mai ci abbandona; la mano forte e fedele del Padre, che vuole sempre e solo il nostro bene. Amerigo Vecchierelli (Agensir)