La Basilica di Santa Maria di Collemaggio a L'Aquila

“Un momento fondamentale di incontro fra le persone, sulla base dell’esperienza del perdono che è grazia ricevuta, vissuta e data”: così l’arcivescovo metropolita di L’Aquila, card. Giuseppe Petrocchi descrive al Sir il significato del rito solenne della Perdonanza, l’indulgenza plenaria che papa Celestino V concesse, nel 1294, a tutti i fedeli che, confessati e ‘sinceramente’ pentiti, dai vespri del 28 agosto fino ai vespri del giorno 29, avessero visitato ‘devotamente’ la basilica di Collemaggio. Oggi come allora. Da 726 anni la Perdonanza Celestiniana testimonia valori di riconciliazione e di rinascita attraversando guerre, terremoti, incendi e adesso la pandemia Covid-19. Un evento che si rinnova il 28 e 29 agosto di ogni anno: oggi (28 agosto) sarà il card. Matteo Zuppi, Arcivescovo Metropolita di Bologna a presiedere, presso la Basilica di S. Maria di Collemaggio, a L’Aquila (ore 18.30) la Messa stazionale con il rito di apertura della Porta Santa.

Sul tema e sul significato della Perdonanza il Sir ha posto alcune domande al card. Petrocchi, arcivescovo metropolita di L’Aquila.

Eminenza, dopo oltre 7 secoli, la Perdonanza continua ad avere un enorme rilievo spirituale e sociale, ma soprattutto una grande attualità. Perché?
Il perdono attraversa tutta la Rivelazione biblica. Si tratta di un tema centrale che aiuta ciascuno di noi a comprendere l’amore misericordioso di Dio, a scoprire la propria chiamata e a dare una risposta piena e convinta. Oggi c’è bisogno di perdono, soprattutto a livello sociale, come hanno insegnato i Pontefici in questi decenni: non può esserci pace senza giustizia e non c’è giustizia senza misericordia. Oggi c’è bisogno di perdono. La perdonanza è sempre in sintonia con la storia che siamo chiamati a vivere.

La storia, quest’anno, ci mette alla prova con una pandemia che mai avremmo immaginato di vivere, abituati a guerre e terremoti…
Dobbiamo leggere i segni dei tempi alla luce del Vangelo. Gli eventi che accadono vanno scrutati perché contengono sempre una lezione di vita. Anche la pandemia. Con le rovine che sta provocando, il Covid-19 ci insegna ad avere un’umiltà più radicata, sia a livello personale che di cultura collettiva. Alcune certezze che sembravano granitiche, su cui la nostra società poggiava, si stanno rivelando precarie e quindi soggette a sfaldamento. Lo stiamo vedendo: un microrganismo invisibile – di cui non si conoscono bene le origini – è in grado di creare una crisi globale senza precedenti. Siamo chiamati a riflettere su ciò che siamo veramente: evitando atteggiamenti superbi e ponendo al centro della nostra attenzione i valori essenziali, quelli che contano davvero e che non possono essere aggrediti e sgretolati da un virus o da qualunque altro evento nefasto esterno. La pandemia ci chiama, tutti insieme, a rimisurare con più adeguatezza e senso di obiettività la nostra identità e la nostra missione nel mondo.

Qual è il messaggio insito nella Perdonanza e a cosa concretamente spinge?
La Perdonanza, essendo l’incontro con l’amore misericordioso del Signore, non è mai una spinta che ci porta a reclinarci su noi stessi ma ci proietta verso gli altri. L’amore ha a cuore l’interesse di chi ci sta vicino e in particolare di chi soffre. È un segno di autenticità della nostra conversione. Questo tempo difficile ci invita ad impegnarci in una solidarietà concreta. È questa la misura vera del cambiamento che la grazia opera in noi: non tenere lo sguardo fisso su noi stessi ma orientarlo verso chi ci vive accanto per capire quali sono le situazioni di difficoltà e di sofferenza e dare così risposte fattive animate dalla carità.

In queste parole si leggono chiari riferimenti ai malati, alle loro famiglie, al mondo del lavoro, fortemente messo in crisi dalla pandemia, ai migranti, agli esclusi di qualunque categoria…
La pandemia ha determinato forme inedite e inimmaginabili di povertà e di indigenza. Come Chiesa siamo tenuti a prendere l’impegno a vivere, con prossimità evangelica, i numerosi disagi e gli inconvenienti legati alla pandemia da Covid-19 e mettere in campo tutte le iniziative che ci consentono di tutelare il bene comune, vale a dire il bene individuale e pubblico, nella fedeltà operosa e nella certezza obbediente che la carità cancella una moltitudine di peccati. Come Chiesa dobbiamo chiederci cosa Dio ci domanda e cosa Dio ci dona perché dentro ogni situazione, per quanto segnata dal dolore, c’è sempre una grazia che fluisce in profondità.

Rivolto ai credenti, il perdono interpella anche i non credenti, ma come?
Il tema della Perdonanza, che ha radice nella fede, possiede anche un valore etico universale e accessibile a chiunque utilizzi in modo corretto il proprio intelletto veritativo e morale. Ecco perché per noi ha grande rilevanza il riconoscimento da parte dell’Unesco, nel dicembre scorso, della Perdonanza come Patrimonio Immateriale dell’Umanità. Non si tratta di un approccio confessionale ma esprime con chiarezza che il perdono ha una valenza globale che riguarda l’uomo nella sua interezza. Questa celebrazione è un momento fondamentale di incontro fra le persone, sulla base dell’esperienza del perdono che è grazia ricevuta, vissuta e data.

Il perdono può essere lo strumento con cui contrastare l’odio e il rancore che stanno invadendo la nostra società?
Tutti gli eventi segnati da proporzioni estreme determinano l’acutizzazione di atteggiamenti negativi preesistenti. L’esperienza personale e collettiva ci dimostra che, quando prevale l’atteggiamento di rancore e di rappresaglia, allora si attivano meccanismi e processi patologici di inimicizia, che sono sempre fonte di divisioni e sofferenze. Ma attivano anche riserve ignorate, quasi miniere nascoste, di bontà e di dedizione. La Perdonanza ci dice che l’amore, che sa rimuovere gli ostacoli dell’egoismo, dà la precedenza alla verità e al bene. È un amore che costruisce la città di Dio ma anche la città dell’uomo.

Daniele Rocchi
Fonte: Sir