Torniamo a parlare di nuove linee guida per l’applicazione della Ru 486 con un dibattito che si è aperto sul quotidiano nazionale Avvenire e che ci ha segnalato l’arcivescovo Lorenzo. Due opposte ragioni, di due ginecologi cattolici fanno riflettere sui temi dei dati che abbiamo sull’applicazione della Ru 486 e sulla sua pericolosità, e sul ruolo dei consultori in questa pratica. Con una consapevolezza, che mette in chiaro il direttore, marco Tarquinio, nella sua risposta: “che l’aborto è una tragedia antica come l’umanità, ma che negli ultimi decenni ha assunto caratteristiche ancora più drammatiche a causa di una progressiva tendenza a banalizzare tale pratica, che porta sempre e comunque alla soppressione di una vita inerme e innocente”. Di seguito il dibattito che si è sviluppato sulle pagine del quotidiano, a partire dalla risposta del direttore, che riportiamo integralmente

Continuiamo a proporre da giorni con comprensibile frequenza, viste le recenti scelte governative in materia di aborto, interventi e lettere sul tema della Ru486 e dell’applicazione della legge 194. Il dottor Filardo e il dottor Fattorini (che hanno inviato due lettere, di opposte argomentazioni, ad Avvenire sull’applicazione della Ru486: vedi qui e qui) sono due ginecologi, due persone oneste, due credenti che hanno due visioni per molti versi opposte. Questi contributi, come altri che stiamo accogliendo in queste settimane, offrono con civiltà di toni e profondità di motivazioni ulteriori elementi di valutazione per capire le tante implicazioni dell’aborto, una tragedia antica come l’umanità, ma che negli ultimi decenni ha assunto caratteristiche ancora più drammatiche a causa di una progressiva tendenza a banalizzare tale pratica, che porta sempre e comunque alla soppressione di una vita inerme e innocente.

Filardo e Fattorini, come altri prima di loro e altri ancora che verranno esprimono, dunque, con chiarezza e libertà un punto di vista, che rispetto e che nella mia responsabilità di direttore di questo giornale considero utile conoscere. Come già in occasioni precedenti non intendo commentare questi interventi provocati dalle nostre cronache e dai nostri commenti. Credo infatti – e torno a sottolinearlo – che queste argomentazioni consentano ai lettori di ‘Avvenire’ di comprendere la complessità del dibattito sull’aborto, sulle sue metodiche e sulle sue implicazioni, la stupefacente difficoltà a disporre – checché se ne dica e se ne scriva – di dati completi e condivisi per cogliere le proporzioni del fenomeno.

Mi rendo anche conto che possono aiutare a cogliere, se ci si sa ascoltare reciprocamente, le diverse sensibilità presenti in persone e realtà d’impegno civile ed ecclesiale di cultura cattolica. Consentono pure di capire meglio perché alla riduzione, in Italia, del numero degli aborti non corrisponda la fine della propaganda dell’aborto come diritto assoluto e assolutamente esigibile. E questo nonostante l’ampia e crescente consapevolezza della tragedia che si perpetua ogni volta che si realizza una sorta di ‘scontro’ tra la vita della donna-madre e quella del figlio o figlia concepiti, quasi sempre nell’ingombrante presenza-assenza di un uomo-padre corresponsabile di tale ‘ scontro’. Non tutto, infatti, è banalizzazione e retorica sul presunto e assoluto ‘ diritto’ di abortire, che la 194 – la legge italiana che nel 1978 l’aborto ha depenalizzato (e declandestinizzato, anche se non del tutto) – in nessun modo stabilisce.

Stavolta, però, aggiungo una duplice annotazione imposta dall’aperta polemica che sia Filardo, nell’incipit della sua lettera, sia Fattorini conducono a proposito di alcune argomentazioni di ‘Avvenire’. Filardo a proposito della Ru486 se la prende con uno degli articoli che hanno strutturato la nostra linea, sostenendo che Eugenia Roccella e Assuntina Morresi sul giornale di domenica scorsa 23 agosto (anticipato sin da dalla sera prima su Avvenire.it) avrebbero «osannato» il sistema di rilevazione delle «complicanze » (anche mortali) che fornisce dati alle annuali Relazioni ministeriali sull’applicazione della 194. Peccato che in realtà nel nostro articolo si scriva di Relazioni «dettagliate e puntuali, tranne proprio per la parte che riguarda l’aborto farmacologico». Questo è il punto in un Paese che, unico al mondo, tiene comunque monitorato il fenomeno. Un’attività di controllo e d’informazione perfettibile, ma seria. Che ha consentito, tra l’altro, di smontare con la forza dei numeri l’attacco all’obiezione di coscienza del personale sanitario portato ripetutamente sia in Italia sia in Europa. Divagare e svalorizzare questa realtà per amor di polemica non serve a nulla.

Fattorini, dal canto suo, afferma l’esistenza di un errore grave nella lettura delle norme proposta da ‘Avvenire’ a proposito dei compiti assegnati ai Consultori. Lettura in realtà perfettamente aderente al testo, e che proprio per questo fa risaltare la forzatura della legge 194 operata con le nuove linee guida del Ministero della Salute. Ne ha scritto Palmieri domenica 23 agosto e, prima ancora, martedì 18 agosto («Aborto anche nei Consultori? Ma così si va oltre la legge 194») avevano documentato con ampiezza sul punto Eugenia Roccella e Assuntina Morresi. Fattorini per sostenere la tesi cita a sua volta passaggi della legge – e pur eloquenti e tassativi elenchi di luoghi ammessi – riguardo all’attuazione della pratica abortiva, sostenendo che i Consultori partecipano già alla gestione della Ivg stessa. Ovvio. Il nodo giuridico si aggroviglia, e questo abbiamo messo con allarme in evidenza, perché i Consultori vengono ora aggiunti ai luoghi di somministrazione dell’aborto (farmacologico). E questo non può permettersi farlo una circolare ministeriale, contro la stessa previsione di legge.

Buona lettura, buone riflessioni e buone intenzioni a tutti. Servono per contenere e sconfiggere ogni male che umilia, cosifica e addirittura spezza la vita delle donne e dei loro figli. Che sono, sempre, anche figli degli uomini.