Il Monumento al bambino mai nato di Martin Hudáček, a Bardejovska Nova Ves, in Slovacchia

Catia (il nome è di fantasia), 38 anni, ortopedico, li ha provati tutti e tre e lo può dire: un parto naturale, di una figlia avuta da un precedente matrimonio, un aborto spontaneo alla decima settimana e, due anni fa, uno volontario con Ru486 alla sesta. La ginecologa che gliel’ha prescritto le aveva consigliato di rifiutare il ricovero previsto (fino ad oggi) dalle linee guida nazionali anche nella regione dove abita perché “il dolore sarà poco più intenso di un normale ciclo mestruale”.

E invece – spiega a Risveglio Duemila – è molto più simile a quello del travaglio. Dicono due giorni ma io sono stata male dieci. E io sono un medico: mi sono spaventata fino a un certo punto. Anche perché potevo verificare le mie condizioni di salute: ho perso due punti di emoglobina. Senza considerare le possibili complicanze, in termini di emorragie o infezioni”. 

Ha dovuto affrontarlo da sola, Catia: l’aborto, e anche quel che ne è seguito, gli attacchi di panico, la depressione, mesi di terapia psicologica per la quale è arrivata a Ravenna, in cura dalla dottoressa Cinzia Baccaglini (trovata semplicemente sulla rete) una delle psicoterapeute più esperte a livello italiano in questo tipo di trauma. 

Proprio per questo ha deciso di parlare, oggi, dopo l’annuncio  (via tweet) di sabato del ministro della Salute Roberto Speranza sulla modifica delle linee guida che prevedono l’aborto farmacologico in Day hospital e fino alla nona settimana (oggi è fino alla settima). “Non è libertà, è abbandonare le donne sole con loro dolore”, ha commentato Paolo Ramonda, della comunità Papa Giovanni XXIII, e come lui tante altre associazioni e movimenti cattolici e non solo. 

La storia di Catia lo conferma: “Non non sono stata preparata a sufficienza. Forse il mio mestiere ha giocato a mio sfavore, perché la collega ha dato per scontato che sapessi a cosa andavo incontro. Spero che alle donne sia spiegato meglio. Ma in realtà, ne dubito fortemente”. 

Il punto è che, invece, per legge la donna dovrebbe essere informata della procedura e delle conseguenze psicofisiche dell’aborto (si chiama consenso informato) e bisognerebbe dare ascolto e non lasciare sole le donne che si trovano in situazioni come quella che ha vissuto Catia: una gravidanza non attesa con un compagno non stabile e che, fin da subito, ha rifiutato l’idea di accogliere il bambino che sarebbe nato. 

“Credo che dietro provvedimenti come quelli annunciati ci siano ragioni economiche. Lo vedo nel mio lavoro quotidiano. Un ricovero allo Stato ‘costa’ molte centinaia di euro (varia da regione a regione, da Asl ad Asl) al giorno. Nel mio campo, interventi più semplici come l’artroscopia sono stati progressivamente passati in regime di Day Hospital: ma per l’artroscopia ha un senso. Per un aborto no. L’economia è più importante della persona: abbiamo visto con Covid 19, però, quanti danni ha fatto questa logica”. Catia non si capacita: “Prima di decidere bisognerebbe calarsi nel dolore delle donne”. Un dolore che è così profondo e senza speranza perché deriva dal vivere e ri-vivere la morte di un essere umano, un figlio.

E se glielo chiedi, il suo dolore oggi (dopo mesi di terapia) lo sa spiegare limpidamente. Un parole che colpiscono al cuore: “E’ una cicatrice che resta sempre. La terapia non ha mai una fine: si migliora, si acquisiscono strumenti, ma al mio bambino, Angelo l’ho chiamato, penso tutti i giorni: quando vedo una donna incinta, un bambino, per non parlare delle ricorrenze, di quando ho scoperto di essere incinta, quando ho fatto l’aborto, quando sarebbe nato…”. E snocciola date. 

“Ho cambiato lavoro, non vado più in ospedale, faccio solo attività ambulatoriale. Ho dovuto ridurre lo stress e la fatica per riprendermi la mia vitaero arrivata a pesare 39 chili. Oggi sono più ansiosa. All’inizio avevo la percezione di essere più ‘indurita’ sul lavoro. Ma col tempo è tornata la mia solita empatia. E anzi oggi cerco sempre di dare una spiegazione, una parola, un sorriso in più: un modo per mettere a frutto quel dolore”. Un lavoro, non semplice e non facile, di elaborazione del lutto, spiega ancora Catia, che è passato anche dalla confessione e dal ritorno a Messa, per lei che proviene da una famiglia cattolica e praticante. 

Resta il senso di colpa e la rabbia verso chi non ha saputo accogliere e proteggere in quelle maledette due settimane nelle quali ha dovuto decidere del futuro suo e di suo figlio, ma anche una amara consapevolezza: “Se non fossi stata sola, se avessi saputo a chi rivolgermi, avrei scelto la vita. Perché la vita è sempre la vita”.