Don Ugo Salvatori

La si vede in moltissime foto della camera ardente e dei funerali di don Ugo Salvatori, sempre accanto alla bara, senza lasciarla mai. Per lei era uno di famiglia. E viceversa: è stata citata assieme alla sorella Edda il giorno dei funerali. Ma Stefania Asmerom, 85 anni, viene dall’Eritrea: Zufan è il suo nome.

Marta Asmerom

Assieme al marito, è stata una dei primi immigrati arrivati a Ravenna, negli anni ’70 in una Ravenna non attrezzata per accogliere . Incinta, ha perso il suo lavoro da domestica e ha chiesto aiuto a don Ugo, allora parroco di San Vitale. “E lui ci accolse tutti e tre – racconta la figlia Marta, che oggi ha 41 anni e gestisce la casa di accoglienza per minori non accompagnati Arcobaleno, una delle tante opere di carità nata dalla creatività di don Ugo – con un gesto di generosità, immagino controverso e oltre ogni pregiudizio, che parla di lui”.

Da allora Marta ha vissuto con i suoi genitori in canonica fino a quando non si è sposata, mentre Stefania è rimasta a San Vitale e poi a San Rocco, come perpetua: “Mia madre ha un rispetto e una gratitudine immensa per don Ugo – racconta Marta –: il 15 agosto ha perso un altro pezzo di famiglia. E nella nostra cultura, le persone care vanno vegliate, fino alla sepoltura”.

Il legame è stato forte anche con Marta: “Ci siamo conosciuti quando avevo 9 giorni. Lui mi ha donato una famiglia, dei nonni, i suoi genitori, una zia, sua sorella Claudia con cui ho avuto un bellissimo rapporto, fino a quando non ci ha lasciato, nel ‘95. Abbiamo anche litigato, perchè sono stata adolescente anch’io, ci sono stati contrasti anche forti”. Non aveva un carattere semplice, don Ugo. “Poteva sembrare burbero – spiega Marta – però sapeva anche mettersi in discussione. Le discussioni terminavano sempre con il richiamo a volersi bene”.

Ma soprattutto “era un uomo di fede”, in privato e in pubblico, in tutte le situazioni, anche quelle più complicate. “Per lui la Provvidenza era qualcosa di tangibile: la sua serenità anche di fronte ai problemi più grossi, derivava da lì”. Ci metteva tutto quel che poteva di suo, e poi si affidava. Il breviario in mano, e la testa sempre in movimento per cercare di risolvere i tanti problemi che la gente gli sottoponeva: così, forse, sono nati i tanti servizi caritativi attorno alla parrocchia di San Rocco per rispondere ai problemi e alle povertà che via via si presentavano: “La sua domanda era sempre: come posso fare? Ricordo che si incaponiva per cercare uno spiraglio, per trovare la via: sere intere a cercare soluzioni. Rispondeva sempre al telefono, a tutte le ore.

E nel trovare queste soluzioni coinvolgeva tantissime persone, attratte prima dal suo carisma e poi dal suo progetto. In questi giorni di lutto, ho visto persone diversissime, toccate allo stesso modo: dall’imprenditore al carcerato che si è convertito. Ha fatto da papà a tanti. Il sentirsi amati al di là di tutti i propri errori: questo fa la differenza”.

La sfida ora, per tutti, è continuare quel che lui ha iniziato. Ma Marta in questo non si sente sola: “Siamo in tanti. Don Ugo ci ha lasciato una fede profonda e una forza incredibile. E comunque so che anche da lassù sta già trafficando”.