I funerali di don Roberto Malgesini

Ieri pomeriggio a Regoledo di Cosio, in Valtellina, si è radunata tutta la famiglia di don Roberto Malgesini, il sacerdote della diocesi di Como ucciso lo scorso 15 settembre da uno dei senza dimora a cui aveva sempre prestato aiuto: c’erano i suoi familiari più stretti, gli anziani genitori, i due fratelli e la sorella, i nipoti, gli amici, ma non solo. Perché don Roberto, nella sua vita di prete 51enne, con un lavoro in banca alle spalle lasciato per inseguire la vocazione di spezzare il pane con gli ultimi, aveva scelto di fare famiglia con quelli che papa Francesco ha definito gli “scarti” della nostra società: uomini e donne di diversa età, provenienza e religione, spesso senza un tetto o un pasto caldo, che hanno visto in quest’uomo umile schivo un amico, un fratello, un padre. Per lui – come ha ricordato in questi giorni chi stava al suo fianco – aveva uno sguardo paterno, ma non paternalista. “Lo sai che non devi bere, vero?”, “Hai preso le medicine?”, “Hai mangiato qualcosa oggi?” erano solo alcune delle frasi che rivolgeva alle persone che incontrava per le vie di Como. Ognuno chiamato per nome, come il pastore con le sue pecore.

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Commossi e segnati dal dolore sono arrivati fin qui per dare un ultimo abbraccio a questo prete umile, schivo, ma sempre con il sorriso sulle labbra. Un uomo testardo che non scendeva a compromessi quando si trattava di stare vicino a chi aveva bisogno, anche ai casi più difficili, perché riusciva sempre a vedere la persone dietro ai problemi.

“Quante volte – ricorda don Roberto Bartesaghi, amico e compagno di messa – gli avremo ripetuto di stare attento. E lui rispondeva con un cenno di assenso della testa, talvolta accompagnato da un suono a labbra chiuse o da un ‘ma io sto attento’ e aggiungeva alzando le spalle: ‘E poi al massimo vado da Gesù! Sai che bello’”.
Una fede autentica che il vescovo Oscar Cantoni ha richiamato all’inizio dell’omelia pronunciata nella piccola chiesa di Sant’Ambrogio dove i funerali – sobri ed essenziali come era don Roberto – si sono tenuti per volere della famiglia: “Per la risurrezione del Signore noi crediamo che anche l’anima di don Roberto, uomo giusto e mite, è nelle mani di Dio e se anche la sua fine è ritenuta una sciagura, egli vive nella pace, martire della misericordia”.
Oggi, sabato 19 settembre, si tiene una Messa di suffragio in Cattedrale a Como dove sono attese oltre mille persone e dove saranno attivati tre maxi schermi nelle piazze adiacenti. Alla celebrazione parteciperà anche il cardinale Konrad Krajewski, elemosiniere di Sua Santità papa Francesco.
“Saremmo tentati di credere che la nostra vita vale per la lunghezza degli anni o per le opere che riusciamo a realizzare – ha proseguito il vescovo – , ma essa è feconda solo nella misura in cui è donata. Si tratta di infondere amore, giorno per giorno, con semplicità evangelica, andando oltre l’egoismo, che ci rinchiude in noi stessi e non ci fa vedere le necessità e le sofferenze degli altri”.

Una quotidianità nell’amore che è ben sintetizzata nella cura con cui don Roberto, per anni, ha preparato la colazione ai più poveri della città. “Cinquanta o sessanta persone ogni giorno, ma don Roberto – racconta un volontario – ricordava ogni volta, per ciascuno, quanti cucchiaini di zucchero aggiungere. Così chi arrivava qualche minuto in ritardo spesso si trovava pronto il cappuccino o il caffè già zuccherati, che il don aveva preparato non appena l’aveva intravisto da lontano”.

Commentando il brano del Vangelo di Matteo scelto per la celebrazione monsignor Cantoni ha ammesso con semplicità e commozione: “Possiamo affermare, senza ombra di dubbio, che don Roberto aveva preso sul serio le parole del Signore riportate nel vangelo che è stato proclamato: ‘Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me’”.
“In questi giorni – ha proseguito il vescovo -, la nostra Comunità cristiana, ma anche l’intera nostra società, pur attonita e sconvolta per la tragedia subìta, riscopre questo straordinario messaggio d’amore, che don Roberto ha incarnato con disarmante semplicità e che egli rimanda a noi perché sia diffuso e moltiplicato. A noi tutti, dunque, il compito di proseguire con l’affabilità e la tenerezza di don Roberto nei confronti dei bisognosi, dei poveri in particolare, riconosciuti e accolti come la vera ‘carne di Cristo’”.
Un amore, vestito di commozione, che si percepisce chiaramente visitando a Como il luogo del suo martirio, divenuto meta incessante di pellegrinaggio e di preghiera. L’albero accanto a cui è stato ucciso è coperto di fiori, candele e messaggi scritti in lingue diverse.
Nessuno oggi lo dice apertamente, ma quelli che arriveranno per la città di Como saranno giorni difficili. Risuonino allora in tutti le parole di commozione con cui il vescovo Oscar ha concluso la sua omelia: “Una nuova primavera di grazie ci prepara il Signore attraverso il martirio di don Roberto: non sciupiamo questa straordinaria, immeritata occasione e… ciascuno faccia la sua parte!”.