Grazia Pecorelli alla premiazione

“Una sorpresa. Ero a fine turno in Pronto Soccorso e mi chiamano dall’ufficio del sindaco per annunciarmi che mi avrebbero dato un premio. Pensavo a qualcosa di grave”. Non se l’aspettava, Grazia Pecorelli, medico del Pronto Soccorso del Sant’Orsola di Bologna cresciuta a Cervia, in prima linea nella lotta al Covid-19, di essere insignita del Premio Milano Marittima destinato ai cervesi che si sono distinti nel mondo del lavoro; un riconoscimento che il sindaco Massimo Medri le ha consegnato il 14 agosto scorso.

Un Premio che ricorda il “compleanno” di Milano Marittima, nata dall’intuizione di Giuseppe Palanti che immaginò una “città giardino” per le vacanze della borghesia milanese. Nel corso della serata che si è svolta alla Rotonda Primo Maggio con la musica della Grande Orchestra Città di Cervia, diretta dal maestro Fulvio Penso, è stata premiata anche la giovane e bravissima cantante Sara Dall’Olio.Un premio inaspettato, quindi, e particolarmente gradito.

“Sono molto legata a Cervia – ragiona Pecorelli – : lì sono cresciuta, lì abitano i miei fratelli e mia mamma. Per me Cervia è sinonimo di famiglia”. Ma anche di identità e legami, soprattutto con la parrocchia, che ha frequentato sin da bambina: “Il mio parroco era il mitico don Elvezio Tanesini – racconta – prete partigiano, burbero, che credo fece entrare la prima volta le chitarre in chiesa per il mio matrimonio. Mi diceva tanti no, ma a volte non riusciva a resistere alla mia incoscienza”.

In particolare è l’esperienza in Azione Cattolica a cambiarle un po’ la vita e lo sguardo sulla realtà: “Io sono quello che sono perché sono nata e cresciuta in Ac, che ho contribuito a rifondare a Cervia. Tra i miei ragazzi del gruppo c’erano suor Silvia Melandri (oggi missionaria dell’Istituto delle Suore Salesiane Don Bosco) e Giovanni Gardini. L’aver sperimentato che la fede passa attraverso l’esperienza e si fa vita mi ha plasmato”. 

Ma soprattutto l’esperienza in parrocchia e in Ac è stata una palestra di cura e attenzione alla persona, fondamentale nel suo lavoro quotidiano di medico e soprattutto nei mesi dell’emergenza sanitaria: “L’incarnazione del cammino di fede in un gruppo con ragazzi che spesso sono poco più giovani di te mi ha insegnato a ‘stare accanto’. È la chiave di quell’I care moderno che ho sperimentato in modo ancor più forte da medico nei mesi scorsi, con i pazienti e con i loro famigliari”.

E come ci si può prendere cura degli altri oggi, alla vigilia di un autunno complicato sul fronte dell’emergenza Covid? “Stando in guardia. Con la consapevolezza che i rischi ci sono e non si possono eliminare del tutto ma contrastare sì.  E che il virus si può tenere sotto scacco.

Bisogna guardare la realtà, a partire dai numeri dei contagi che sono aumentati tra i più giovani, sotto i 50 anni”. Si tratta di un dato ambivalente, secondo il medico: “Se da un lato sappiamo che i più giovani sono colpiti da una forma meno grave di malattia, dall’altro sono anche le persone che si muovono di più e quindi rischiano di contagiare di più soggetti più fragili. Mai come ora la chiamata è alla responsabilità personale, soprattutto per i più giovani”.