Uno scatto della mostra Dante Esule 2020

Rifiutare la vita oltre la porta della propria camera e scegliere la solitudine, fino a raggiungere livelli estremi. Sono gli Hikikomori. Un fenomeno noto in Giappone già da parecchi anni, che sta registrando numeri in crescita anche in Italia. Di questa condizione ne abbiamo parlato con la psicologa e psicoterapeuta Simona Tolve, in occasione della mostra fotografica realizzata da Giampiero Corelli “Dante Esule 2020 – Hikikomori”, visitabile fino a domenica alla Basilica di San Giovanni Evangelista di Ravenna.

Chi sono gli Hikikomori?
Letteralmente significa “stare in disparte, isolarsi”. Il primo a parlarne, verso la fine degli anni 80, fu lo psichiatra giapponese Saito Tamaki, prendendo in esame numerosi casi registrati in Giappone dove i giovani, nel passaggio dalle scuole superiori all’università non riuscivano a vivere positivamente la competizione con gli altri, sceglievano di isolarsi dalla vita sociale.

E’ un fenomeno diffuso?
In Italia, negli ultimi anni, si registrano numeri preoccupanti. L’ufficio Scolastico Regionale dell’Emilia Romagna ha compiuto un’indagine, pubblicata nel 2019, a cui hanno partecipato 687 istituti. Ben 144 scuole hanno segnalato allievi che si sono ritirati per una sofferenza di ordine psicologico. Alcuni casi sono stati registrati anche nelle scuole elementari, 86 ragazzi nella scuola media e 240 nella scuola superiore, in particolare intorno ai 15 anni.
In Italia, l’unica ricerca validata è stata fatta dall’associazione Hikikomori Italia Genitori (https://www.hikikomoriitalia.it/p/gruppo-genitori.html). Così è stato possibile tracciale un identikit degli Hikikomori italiani: prevalentemente maschi (86%), età media intorno ai 20 anni; con un ritiro sociale che va da 1 a 3 anni ma può raggiungere addirittura i 10. Nella ricerca svolta in Emilia Romagna, invece, il maggior numeri di ritiri scolastici è femminile e l’età media è più bassa. Dato che coincide con l’esordio del fenomeno: i primi segnali sono infatti nell’età di passaggio dalla scuola media alla scuola superiore

Cosa c’è all’origine di questo disagio?
In quest’epoca narcisistica e di forte competizione, i giovani sono spinti a “tenere ritmi veloci”. Una competizione non sempre onesta che i ragazzi Hikikomori rifiutano, non sentendosi adeguati.

Qual è il contesto?
Una società ricca, dove vi è un forte benessere. Generalmente le famiglie dei ragazzi Hikikomori hanno un buon tenore di vita, sono accudenti ed hanno grandi aspettative nei confronti del figlio.

Ci sono campanelli d’allarme?
Il ragazzo non chiude la porta improvvisamente. Ci sono segnali: difficoltà a recarsi a scuola, con assenze accompagnate da sintomi somatici come mal di pancia, mal di testa. L’abbandono di tutte le attività extracurriculari e la drastica riduzione delle interazioni in presenza con i coetanei. Altro sintomo è l’inversione del ritmo sonno-veglia. A casa preferiscono stare chiusi nella propria camera, piuttosto che con gli adulti. Sebbene una crisi nella fase evolutiva sia frequente, è importante che questa non superi la durata dei sei mesi.

In questa prima fase tra genitori e figli si innesca un conflitto?
Sì, perché i ragazzi non si sentono compresi nella sofferenza. Non dimentichiamo che chi sviluppa questa condizione è generalmente molto sensibile al giudizio e versa in una condizione di vergogna. Il genitore è l’unica risorsa rimasta a questi ragazzi e politiche educative più severe peggiorano solo la situazione. Se il genitore si pone come censore o nemico, togliendo internet o il telefono, si innesca un conflitto senza soluzione. Ad esempio, internet è spesso l’unica occasione che questi ragazzi hanno di comunicare con l’esterno. Una prima soluzione è quella di entrare in contatto con altri genitori che stanno vivendo la medesima condizione. L’associazione Hikikomori Italia Genitori offre supporto in chat e facilita la formazione di gruppi di auto aiuto dove scambiarsi buone prassi. In provincia di Ravenna c’è un gruppo d a Lugo. Altri sono attivi a Forlì-Cesena e Bologna.

Come se ne esce?
Con il supporto della comunità intera e in tanto tempo. E’ un percorso delicato con avanzamenti e retrocessioni. Il genitore deve seguire le buone prassi, con accortezze mirate. Ritengo poi che sia compito della comunità fronteggiare la cultura del narcisismo, che lede queste persone più fragili.

S.P.