La nave Gobustan
La nave Gobustan

“Non è pensabile che, nel 2020, ci siano ventisei persone da mesi costrette a restare ferme nel nostro porto, nelle loro navi, per di più senza ricevere lo stipendio dai primi dell’anno”. E’ irritato Carlo Cordone, presidente del Comitato territoriale del welfare della gente di mare di Ravenna, per il protrarsi della situazione di stallo delle due navi mercantili “Gobustan” e “Sultan bey”, ancorate al porto di Ravenna rispettivamente dal 16 giugno e dal 16 luglio. Si tratta di una nave cisterna e di una nave general cargo, entrambe battenti bandiera maltese e appartenenti alla medesima società armatoriale turca. Le due navi sono state sottoposte a sequestro conservativo dal Tribunale di Ravenna, per debiti contratti dall’armatore. Per fare il punto della situazione, Cordone nei giorni scorsi ha incontrato il Comandante generale del Corpo delle capitanerie di porto ammiraglio Giovanni Pettorino.


“Anche a lui ho esposto le crescenti criticità che vivono i marittimi – afferma Cordone –. Criticità che il Covid ha aumentato perché una delle conseguenze è stato il blocco dei voli, così è accaduto che anche quando i marinai, dopo avere atteso per mesi lo stipendio, si sono resi conto che l’armatore non li avrebbe più pagati, e hanno espresso il desiderio di tornare in patria, non hanno potuto farlo. Ora, è vero che grazie all’aiuto del Comitato territoriale Welfare, che fornisce viveri, bevande, e assicura il combustile marittimo, per adesso la situazione è sotto controllo. Ed è altrettanto vero che, con le visite quotidiane nelle due navi, dove oltre a me e ad altri volontari si reca anche padre Pietro Gandolfi della Stella Maris, i marittimi non si sentono soli e trovano conforto. Ma è una situazione che non si potrà protrarre a lungo, anche perché i costi sono altissimi”. Il problema più immediato, per risolvere il quale Cordone sta “bussando” a tutte le porte, è quello di assicurare la fornitura quotidiana di gasolio necessario alle due navi.
“Ogni giorno a tal fine servono mille euro. Senza gasolio non funziona niente nelle due navi, nemmeno l’impianto elettrico. Abbiamo ricevuto diversi fondi, da varie realtà anche locali e legate al porto, ma non bastano. Ho chiesto aiuto anche all’Agip di Roma e sono in attesa di una risposta”.


Due sono gli obiettivi che il Comitato si pone per consentire ai 26 marittimi (21 azerbaigiani, gli altri di altre nazionalità) di ritrovare la loro dignità e serenità.
“Il primo è quello di farli tornare a casa al più presto – prosegue Cordone –. Il problema su questo fronte è duplice: i marittimi dovrebbero partire entro 72 ore dopo (questo il limite fornito dal governo dell’Azerbaigian) aver eseguito il tampone per il Covid, ed è un tempo ristretto. Poi c’è il problema del volo: non sempre l’aereo che viene prenotato poi parte, capita che non sia pieno e allora viene rimandato. Ma siamo fiduciosi: contiamo di far rientrare i marinai della Gobustan entro i primi di ottobre e quelli dell’altra nave al massimo ai primi di novembre. Poi Attraverso la Itf (sindacato internazionale dei marittimi) abbiamo sequestrato la nave, e siamo impegnati sul fronte legale per recuperare i fondi necessari per pagare ai marinai gli stipendi arretrati. E’ fondamentale aiutarli anche su questo fronte: sono persone che viaggiano, lavorando, per mare per tanti mesi all’anno proprio per inviare denaro alle famiglie, per aiutare i loro cari”.

Vi sono altre quattro navi della stessa compagnia turca, la Palmali, che sono nelle stesse condizioni in Italia. Un fatto non casuale, secondo Cordone e che però si potrebbe evitare. “Nello specifico l’armatore turco è stato incarcerato perché rivale di Erdogan e da lì sono cominciati i mancati pagamenti e i problemi – conclude Cordone –. Ma la verità è che bisognerebbe fare maggiore attività di prevenzione e controllo, su questo fronte, altrimenti casi come quelli di Ravenna si ripeteranno e vi saranno altri marittimi, anzi altre persone, costrette a restare ferme per mesi sulle loro navi, con tanta incertezza sul loro futuro”.