Josè Tolentino de Mendonca, archivista e bibliotecario di Santa Romana Chiesa

Cardinal Josè Tolentino de Mendonça, perché ha scelto il canto II del Purgatorio per la sua prolusione?
Il canto II del Purgatorio ci colloca in una fase di transizione, nel passaggio tra la traversata infernale e l’inizio di uno nuovo ciclo (la purgatoriale ricostruzione del bene attraverso l’espiazione purificatrice). Dante e Virgilio, appena risaliti dalla voragine infernale, si aggirano nella riva dell’isola del Purgatorio per trovare l’ingresso della montagna penitenziale. La novità della situazione, la mancanza di direzioni tracciate, li sconcerta, li ritarda, li confonde. Come tutta la geografia della Commedia, pure l’Antipurgatorio non raffigura un luogo ma uno stato, un stato di smarrimento, che ci rivela fragili ed impreparati, in cui le coordinate usuali risultano insufficienti. È uno stato che rispecchia, penso, in profondità il tempo presente.

E’ quello che abbiamo vissuto nella recente emergenza sanitaria…
La crisi del Coronavirus, che fu sì aspra e forte, ci ha trasportato in un mondo sconosciuto, niente sarà più come prima, e la novità è tanto grande che esitiamo, preoccupati per quello che ci aspetta, sapendo che sarà comunque una strada di faticosa reinvenzione, di ridefinizione purificatrice. Se vogliamo un futuro per la nostra società, dobbiamo affrontare il purgatorio della messa in questione di errori, eccessi ed omissioni. Dobbiamo accettare la fatica e la sfida della conversione, come ci propone con voce profetica Papa Francesco.

Cosa rappresenta Dante per la cultura e la fede di oggi?
Come splendidamente spiega Papa Paolo VI, Dante è il ‘massimo poeta del popolo italiano’ (in quanto “principale creatore della sua lingua” e “attraverso le età, protettore e custode della sua civiltà”), e il massimo poeta cattolico (in quanto “tutto spira amore a Cristo; nostro, perché amò molto la Chiesa”). Dante ottiene così il raro statuto di essere massimo poeta dell’umanità tutta, poeta di cui tutti possono dire ‘nostro’. Come sosteneva Ezra Pound, Dante è il poeta per ‘everyman’, rappresenta ognuno di noi. Io credo che leggere la Commedia, con gli occhi d’oggi, è come frequentare una scuola di umanità e di speranza.

Quando ha incontrato l’opera di Dante nella sua vita e che rapporto ha con essa?
Da quando mi conosco mi sono alimentato umilmente di fede e poesia, trovando in esse una ragione profonda di vita. Nella poesia io non cerco risposte, ma semplicemente una forma di contemplazione della vita alla luce dello sguardo di Dio, che si dischiude nel nostro. Il poeta reinventa la lingua perché reinventa lo sguardo, dandogli la profondità insondabile del senso, che è dono di Dio all’uomo, evento di bellezza, giustizia e verità. Questa passione poetica della parola come specchio profetico del mistero dell’uomo io la trovo in Dante inestinguibilmente accesa. Ogni lettore di poesia ha, presto o tardi, un incontro destinato da sempre con Dante.

Cosa si/ci augura per questo Centenario Dantesco che sta per iniziare?
Che sia una opportunità per far appassionare le nuove generazioni al testo dantesco. I classici sono coloro che non riusciamo a considerare morti, con cui cerchiamo incessantemente il dialogo, interrogandoli prima che su di loro su noi stessi e sul nostro cammino, e soprattutto lasciandoci interrogare da loro. Sarebbe molto importante che le nuove generazioni, e anche i giovani cattolici, si lasciassero interrogare da Dante.

È mai stato a Ravenna? Ha già visitato i mosaici?
Mi ricordo il fulgore che i mosaici di Ravenna hanno provocato nel mio cuore quando li studiai all’Università. Ho avuto la felicità di ammirarli durante una visita, più di 30 anni fa, che conservo ancora viva. Ma potete immaginare l’emozione che l’invito a tornare a Ravenna mi ha suscitato.