Conversione di San Paolo, Karel Dujardin, 1662 National Gallery (particolare)
Conversione di San Paolo, Karel Dujardin, 1662 National Gallery (particolare)

Due figli, sue scelte, due risposte all’amore del padre. Il Vangelo di questa XXVI domenica del tempo ordinario racconta la storia di un padre e i suoi due figli: uno che alla richiesta del padre di andare a lavorare la vigna dice no e poi ci va e l’altro che dice sì e poi non ci va. Nel loro commento, Goriziano e Patrizia Facibeni affrontano il tema della conversione, a misura di famiglia.

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 21, 28-32)
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: “Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna. Ed egli rispose: ‘Non ne ho voglia’. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: ‘Sì, signore’. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?”. Risposero: “Il primo”. E Gesù disse loro: “In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli”.

Commento a cura di Goriziano e Patrizia Facibeni. Ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo che cercano una scusa per condannarlo a morte, Gesù racconta la parabola dei due figli invitati dal padre a lavorare nella vigna, per provare a smuoverli dalla loro sicurezza e spingerli a convertirsi. In questa parabola nessuno dei due figli ha voglia di andare a lavorare: il primo lo ammette sinceramente, poi si pente e ci va. Il secondo non è neanche sincero e dà questa risposta “Sissignore” che sembra quella di un soldato che ha ricevuto un ordine, non di un figlio. È una risposta di facciata, risponde quello che l’altro desidera sentirsi dire. Non ha però alcuna intenzione di ripensarci, non cambia idea, non si converte. Chi si sente giusto non cambia la sua via e ritiene la sua staticità un esempio di perfezione.

Invece, come ci insegna il primo figlio, siamo poveri, fragili, e ogni giorno dobbiamo ripartire mettendoci nelle mani del Signore, aprendoci alla sua misericordia che ci rigenera e ci rende capaci di cambiare, di scegliere non secondo la nostra voglia, ma secondo la sua volontà. Se facciamo solo quello che ci pare, andiamo poco lontano. Eppure proprio questa è la regola che ci insegna il mondo, e che manda in rovina le nostre relazioni! Se amassi mia moglie o mio marito solo quando ne ho voglia, se mi sforzassi di educare i miei figli solo quando ne ho voglia, se andassi a lavorare solo quando ne ho voglia. Se facciamo solo quello che ci va, quando ci va, non cambieremo mai nulla di noi e della nostra vita. Invece amare richiede di cambiare, di rinnovarsi, di uscire da se stessi.

Allora con umiltà dobbiamo riconoscere insieme al primo figlio che di solito non è la prima risposta quella che conta, ma la seconda. La prima risposta spesso è istintiva; ma noi non siamo solo istinto. Quando invece la risposta viene dopo una riflessione e una preghiera, allora possiamo dare il meglio di noi stessi e imparare un po’ di più ad amare.

Altrimenti si può essere splendidi a parole, ma non nei fatti; oppure perfetti nel rispettare le regole, ma senza amore. Quanti cristiani di facciata si credono perfetti perché non saltano una messa, recitano tanti rosari, rispettano tutti i digiuni, e poi commentano l’annegamento di un povero migrante dicendo: “uno di meno”.

Il punto allora è affidarci a Dio perché ci aiuti a cambiare idea, a non fermarci al nostro volere, al nostro egoismo. Smettiamo di chiedere a Dio di esaudire le nostre richieste, e chiediamogli invece di cambiare il nostro cuore perché impariamo a realizzare il suo volere. E il suo volere è molto chiaro e concreto: eliminare l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, offrire il pane all’affamato, saziare chi è digiuno, vestire chi è nudo (Isaia 58). Questo vuol dire lavorare nella vigna: fatti, non parole. Questa parabola è rivolta anche a noi, che forse ci sentiamo il terzo figlio che risponde di sì e va subito a lavorare: ma Gesù ci fa notare che, nella parabola come nella vita, il terzo figlio non esiste!
L’unica strada per tutti è la conversione continua.