La parrocchia di Jesus Misericordioso a Lima

“Stiamo preparando un grande cartello di ‘benvenuto’ e organizzando al meglio l’accoglienza”. Sono quasi 7 mesi che don Stefano Morini non celebra Messa insieme alla sua comunità a Carabayllo. Lo ha ricordato anche l’arcivescovo Lorenzo alla Messa del Crisma, chiedendo di pregare per lui. Una situazione imposta dall’emergenza sanitaria che in Perù ha superato i 33mila morti e dalle scelte del Governo che ha progressivamente riaperto ristoranti e le attività commerciali ma non consente ancora la funzioni pubbliche.

“Speriamo a novembre”, spiega a Risveglio Duemila via Skype, don Morini che intanto, come detto, si prepara per la riapertura della chiesa, celebrando in collegamento sulla pagina Facebook della parrocchia, e pregando ogni giorno per la riapertura delle Messe. “Non possiamo vivere senza celebrare il giorno del Signore” è lo slogan che ha iniziato a far girare sui social e ha posto all’ingresso della chiesa intitolata a Jesus Misericordioso.

“Dal punto di vista sanitario – spiega il missionario – il numero dei contagiati è ufficialmente in calo ma, come dall’inizio di quest’emergenza, si fanno pochi tamponi. E, guardando ai dati, il numero dei contagiati si attesta sempre sul 25% degli esami fatti. Anche perchè il tampone costa e non è alla portata di tutti. Il risultato è che la gente va all’ospedale solo quando è molto grave, e già fatica a respirare. E in tanti si curano solo con la medicina fai da te”. Risultato: il Perù è tra i Paesi con più contagiati e morti da Covid del mondo.

Vittime si sono registrate anche nella parrocchia di don Morini: “Due catechisti e due fedeli che venivano ogni domenica – racconta – e altri più sporadicamente. Praticamente ogni famiglia della missione ha avuto un parente o un conoscente vittima del Covid”.

In questi mesi, oltre alle celebrazioni quotidiane, sempre trasmesse sulla sua pagina Facebook, la parrocchia ha avviato un primo nucleo di Caritas con diverse giornate di distribuzione viveri, l’ultima la scorsa settimana, proprio per la difficile situazione che anche a livello economico stanno vivendo la città di Lima e tutto il Perù. Ma soprattutto la missione è un centro vivo d’ascolto e di sostegno spirituale: “Ho sentito storie drammatiche – testimonia don Stefano –, come quella di un parrocchiano che si è svegliato e ha trovato la sua fidanzata morta al suo fianco”.

Tragedie, ma anche bellissime testimonianze di fede e solidarietà: “Il Coronavirus – analizza don Stefano – ha reso evidenti e dolorose tutte le ferite di questa società ma c’è stata anche gente generosa che ha condiviso quel che aveva, sono state organizzate catene di preghiere per chi era malato”. Cose che lasciano il segno.

Come è avvenuto in Italia, anche a Carabyllo la parrocchia si è attrezzata per essere “vicina” nella distanza ai fedeli: “Il catechismo è proseguito su Zoom. Per la festa patronale tutti i ministeri e gruppi parrocchiali hanno realizzato video – racconta il missionario – coinvolgendo anche le famiglie e i giovani. Ho cercato di riproporre questo tempo di quarantena ai miei fedeli un po’ come l’ho vissuto io: una specie di ritiro. Ho proposto domande per capire cosa ci insegna questo tempo”. E cosa è emerso? “Per me è stata un’occasione per riscoprire l’importanza della preghiera, come spiegava l’arcivescovo nella Messa del Crisma, e del mettere davanti al Signore le persone e le situazioni. E poi l’incontro con la Parola che ti mette in discussione e con la quale è necessario confrontarsi”.

E ora che è in vista la riapertura anche in Perù, come ripartirà la nostra missione? “Vorrei proseguire con la Caritas: era il progetto pastorale di quest’anno. Ma certamente servono persone. Finora quelle impegnate in parrocchia sono state dei doni grandi, ma ora ne servirebbero altre. Certamente proseguirò con l’ascolto. Tanti qui chiedono un aiuto spirituale, non solo quello materiale”.

E a Ravenna cosa chiede don Stefano? “Ho visto la nomina di Maicol e Francesca come responsabili del Centro diocesano missionario: sono contento che siano stati nominati due laici. Quest’anno probabilmente sarà impossibile venire qui in missione per eventuali volontari. Ma consideriamo che Santa Teresa di Lisieux è la patrona delle missioni ed è vissuta tutta la vita in convento: è possibile far fiorire la missionarie anche lì, a Ravenna”.