John Singleton Copley (1782) The tribute Money Londra, Royal Academy of Arts. Olio su tel
John Singleton Copley (1782) The tribute Money Londra, Royal Academy of Arts. Olio su tela

XXIX domenica del tempo ordinario

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 22,15-21)

In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: “Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?”.

Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: “Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo”. Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: “Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?”. Gli risposero: “Di Cesare”. Allora disse loro: “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”.

Il commento di padre Luciano Fanin, francescano

“Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”: questa è forse una delle espressioni del Vangelo più conosciute e a volte interpretate e usate in modo non corretto. Esempi numerosi li abbiamo a portata di mano, anche in questi giorni, in chiave etica e comportamentale. Papa Francesco spesso si fa portavoce e ne richiama il giusto valore, invitando il credente a non correre dietro alla mentalità mondana che porta facilmente fuori strada. Farisei e erodiani in questa circostanza la sottopongono con astuzia a Gesù, per metterlo alla prova e avere di che accusarlo. Egli era in cammino verso Gerusalemme e il dramma della passione si stava addensando su di lui.


Ma Gesù cammina con animo deciso sulla sua strada, in obbedienza al Padre e risponde loro – come sempre – con trasparenza e intelligenza. Gli interroganti sicuramente non cercavano una risposta, ma volevano semplicemente mettere Gesù in difficoltà. Infatti sappiamo che rispondendo negativamente, Gesù avrebbe suscitato la reazione delle autorità romane. Rispondendo positivamente, avrebbe perso la simpatia della folla, della gente comune che lo seguiva con animo meravigliato e stupito. Intorno all’obbligo e alla liceità o meno di pagare le tasse all’imperatore si davano posizioni diverse. Gli erodiani per opportunità politica erano favorevoli ai romani e quindi le pagavano anche se non con troppa gioia. Gli zeloti, al contrario, ne predicavano apertamente il rifiuto e sostenevano con convinzione la resistenza armata. I farisei rifiutavano l’aperta ribellione e le pagavano per convenienza e si può dire per evitare il peggio.


In questa circostanza – come in altre – la saggia risposta di Gesù è completamente inattesa e coglie di sorpresa tutti i suoi interlocutori. E’ una risposta che di per sé si sottrare alla logica dello schieramento, ma non è tuttavia una risposta evasiva. Sfugge al dilemma, ma non per paura di compromettersi. Gesù vuole portare il discorso al cuore del problema, là dove si trova il centro ispiratore, cioè la giusta concezione della dipendenza filiale da Dio e di conseguenza la giusta libertà di fronte allo Stato, che facilmente può andare oltre i propri spazi e limiti. Da notare evidentemente che con la sua risposta Gesù non mette Dio e Cesare sullo stesso piano. Nelle parole “Date a Cesare quello che è di Cesare, ma a Dio quel che è di Dio”, l’accento va posto, credo, più sulla seconda parte che la prima.


La preoccupazione di Cristo è anzitutto la volontà di evidenziare, in ogni situazione politica o sociale, gli inalienabili diritti di Dio. Gesù sa che ci sono anche i diritti dello Stato, e quando lo Stato rimane nel suo ambito questi diritti si tramutano in doveri per il cittadino. Ma bisogna subito aggiungere che lo Stato non può erigersi a valore assoluto: ogni potere politico – romano o no, di cristiani o non cristiani – non può arrogarsi diritti che competono soltanto a Dio. In definitiva non può assorbire e impadronirsi di tutto il cuore dell’uomo, non può sostituirsi alla coscienza, ma è tenuto a lasciare “a Dio quello che è di Dio”.