In attesa di vedere se nel nuovo Dpcm annunciato per questa sera, con ulteriori misure restrittive, ci saranno cambiamenti per quanto riguarda l’attività sportiva, si discute ancora, proprio nel mondo dello sport, delle norme contenute nel decreto firmato nella notte di lunedì scorso e in vigore fino a metà novembre.
Ai sensi di quel Dpocm, sono vietate tutte le gare, le competizioni e le attività collegate agli sport di contatto a carattere amatoriale. Potranno praticare sport di contatto, nel rispetto dei protocolli emanati dalle rispettive Federazioni sportive nazionali, solo le società professionistiche e, a livello sia agonistico sia di base, le associazioni e società dilettantistiche riconosciute dal Coni e dal Cip (Comitato paralimpico). In pratica è sparita la classica partita di calcetto tra amici e tutta quell’attività non inquadrata in una qualche associazione. “Non ci sono riferimenti, però, che indicano se e come posso gestire un allenamento di calcio con i disabili, ad esempio”, mette in luce Alessandro Bondi, presidente del Csi Ravenna.

“E gli oratori? Dove li mettiamo?”, aggiunge don Mino Gritti, consulente ecclesiastico del Csi Ravenna. “Ogni giorno ho tanti adolescenti che nel rispetto delle regole vengono all’oratorio – spiega don Mino – per fare la partitella di gruppo… Sono giovani di quartieri popolari della città di Ravenna, economicamente non in grado di sostenere costi in società sportive accreditate o riconosciute. Fermare la partitella all’oratorio significa nel mio caso lasciare giovani alla porta, o peggio sulla strada, per darli in pasto ai rischi del mondo della strada. E penso a oratori, a centri giovanili di quartieri popolari e periferici più complessi e problematici che portano avanti con gratuità e intelligenza un grande lavoro di prevenzione e che lottano contro mafie, devianze e delinquenze di ogni tipo. Chi paga sono i giovani, quelli che hanno più bisogno, perché poveri di tutto, il cui calcetto nel campetto dell’oratorio sul piano educativo e sul piano di integrazione culturale, data la multietnicità presente, fa la differenza”.

Al consulente ecclesiastico del Csi dispiace che si “faccia fatica a capire che il calcio, preso di mira in questo decreto, sia riconosciuto solo nei termini agonistici e professionali creando la categoria dello scarto sotto la voce oratori, centri giovanili dentro i quali sono i giovani più bisognosi ad essere scartati e a pagarne care conseguenze”.

l’auspicio di don Mino è che nei prossimi provvedimenti si possa trovare la maniera per far sì che “la cosa più bella e più sana per un giovane, che è quella di giocare, sia considerata anche per i ragazzi di quartieri popolosi e popolari. Lo sport è di tutti, non solo per benestanti e potenti società”.