L'uscita del feretro dalla chiesa di Lido Adriano

Tutti insieme, come avrebbe voluto vederli lui. C’era tutta Lido Adriano questa mattina nella chiesa di San Massimiliano Kolbe per dare l’ultimo saluto a don Marco Cavalli, primo parroco del Lido che l’ha retta fino a qualche giorno fa. Una comunità che in molti modi ha contribuito a costruire e che, nelle sue varie anime, ha voluto accompagnarlo questa mattina nel suo ultimo viaggio terreno. E quelli che non hanno potuto partecipare fisicamente, per le stringenti norme anti-contagio da Coronavirus o per la lontananza fisica hanno seguito e pregato anche attraverso il collegamento con la diretta Facebook andata in onda sulla pagina di Risveglio Duemila (per rivedere la diretta: https://www.facebook.com/watch/risveglioduemila/).

Il rito funebre è stato presieduto dall’Arcivescovo, monsignor Lorenzo Ghizzoni (in fondo all’articolo è scaricabile la sua omelia) e hanno concelebrato diversi sacerdoti e diaconi. Alcune testimonianze, da parte di chi ha conosciuto don Marco Cavalli e ha collaborato con lui, hanno descritto la ricchezza del suo lungo impegno pastorale per la località, quella di don Pietro Parisi, attuale vicario parrocchiale e Ponte Nuovo e suo figlio spirituale e quella del nipote Marco. Per volontà di don Cavalli, le offerte raccolte durante i funerali andranno a favore delle scuole dell’Istituto Comprensivo di Lido Adriano

Nell’omelia, l’arcivescovo Lorenzo ha ricordato tutte le sue esperienze pastorali, prima come cappellano a Portomaggiore e poi parroco a San Biagio D’Argenta (“Due esperienze pastorali molto positive che ricordava sempre perché lo avevano ammaestrato e avevano plasmato il suo stile di pastore e di parroco”). E poi quella richiesta “missionaria” di Tonini (“che conosceva il suo desiderio di condividere la missionarietà della Chiesa”): “Vuoi andare missionario a Lido Adriano? Non c’è nemmeno l’abitazione per il parroco”. “Allora ci vado ancora più volentieri”, fu la sua risposta”.

Così dal novembre 1979 divenne parroco di Lido Adriano, per oltre 40 anni nei quali costruì sia la chiesa di mattoni che la comunità di persone. Tra il 1982 e il 1998 fu chiamato anche a fare il parroco di Porto Fuori, oltre che rettore dell’oratorio di Lido di Dante, ha ricordato il vescovo, “dopo don Francesco Fuschini, esercitando anche lì la sua capacità di dialogo con tutti e di vicinanza anche a quelli che erano ideologicamente avversi, ma umanamente conquistati dalla sua disponibilità e dalla sua semplicità”. “Non dava mai nessuno per perso al cammino della fede”.

Chi non l’ha visto nei pomeriggi d’estate sulla sedia davanti alla canonica quasi sempre in ascolto di qualcuno – ha ricordato l’arcivescovo –? chi non ha ascoltato le sue esortazioni nell’omelia o a fine messa ai genitori circa l’urgenza di educare i figli alla fede per avere domani dei buoni cristiani e dei buoni cittadini?”

Ma certamente fu la costruzione della chiesa dedicata a San Massimiliano Kolbe nella località che era in piena espansione in quegli anni, la sua vera impresa. “Un’ occasione – ha ricordato monsignor Ghizzoni – per coinvolgere tutta la comunità civile e questo rimarrà lo stile pastorale di don Marco che farà della chiesa e della canonica un luogo di coinvolgimento, di aggregazione e di promozione umana della gente del suo territorio. Non gli mancò la collaborazione dei suoi genitori Rina e Antonio che furono nei primi anni a Lido il suo valido sostegno, “i miei cappellani”, come li chiamava”.

Don Marco, ha ricordato ancora l’arcivescovo Lorenzo durante l’omelia, “è stato un prete fortemente identificato con la sua vocazione sacerdotale e con la sua missione di parroco, di educatore, di maestro, sempre attento alla carità coi più poveri del territorio. La sua collaborazione con le organizzazioni cittadine del territorio aveva come fine immediato quello di promuovere il paese, l’accoglienza ai turisti, e infine la costruzione della scuola media, che ha visto finalmente realizzata dopo tanti anni di battaglie, ma aveva come fine ultimo quello di essere presente nella vita di tutti con la sua testimonia”.

E veniamo ai suoi ultimi anni da parroco: con la dedizione che, nonostante l’età e gli acciacchi, lo faceva resistere dall’idea di lasciare la sua Lido Adriano. “Ultimamente – rivela l’arcivescovo – ogni anno valutavamo insieme la questione delle dimissioni, vista la sua età, ma finché lui si è sentito abbastanza forte da guidare i suoi collaboratori e potendosi fidare degli aiuti che gli hanno garantito i salesiani e i nostri diaconi, mi ha chiesto anno dopo anno di andare avanti ancora. Quest’anno invece mi ha anticipato con la richiesta di mettersi a riposo, andando nelle sue terre dai suoi parenti, e ci eravamo accordati per fine ottobre. Ma il Signore ha accolto forse il suo desiderio nascosto di poter lavorare fino all’ultimo nella sua vigna, di stare in mezzo al suo gregge e di spendere anche l’ultima energia non per se stesso, ma a servizio degli altri. Un esempio per tutti noi ministri ordinati.

Stanno bene qui le parole di Paolo: “Quanto a me, è giunto il momento di sciogliere le vele. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno”. Al termine dell’omelia l’arcivescovo ha letto qualche passo del suo testamento spirituale”