Suor Maria Rita Siboni (prima a dx) con alcuni sacerdoti e religiose in Brasile
Suor Maria Rita Siboni (prima a destra) con alcuni sacerdoti e religiose in Brasile

45 anni di servizio nelle suore di Carità (presenti nella nostra diocesi), per gran parte spesi in missione. Ma anche adesso la vita di suor Maria Rita Siboni, 66 anni ravennate ha aspetto missionario – spiega a Risveglio Duemila – perché come superiora della Casa generalizia di Roma si occupa di seguire il cammino delle novizie (sono 21) e delle religiose che stanno facendo il percorso verso i voti perpetui. “Saranno suore ‘aperte al mondo’ – spiega – perché la nostra è una congregazione missionaria”. Dopo i voti perpetui, nel 1975, suor Siboni ha insegnato in alcuni istituti scolastici della Romagna. Poi la prima esperienza internazionale, a Neuchatel, in Svizzera.

“Tutte le esperienze missionarie le ho fatta all’interno di una comunità di consorelle – continua la religiosa –. A Neuchatel per cinque anni ho lavorato in un centro dove si aiutano i migranti italiani. Poi sono stata a Modena, dove lavoravo nel centro ‘Porte aperte’ che presta aiuto ai migranti e ai tossicodipendenti”. Ancora cinque anni di servizio, all’interno del Consiglio provinciale delle suore di Carità e poi suor Siboni inizia l’esperienza oltre oceano.

Sono stata in America Latina dove ho vissuto per 19 anni – continua –. I primi in una comunità di base del Paraguay, con quattro consorelle. Le comunità di base sono gruppi di fedeli, appartenenti a una o più parrocchie, che sono coordinate da laici perché mancano i sacerdoti. Questi laici organizzano e tengono gli incontri settimanali di ascolto della Parola di Dio, ma fanno anche attività sociali (visita ai malati, aiuto ai poveri, distribuzione di alimenti), perché i due aspetti, cioè nutrire la propria fede e testimoniarla camminano sempre insieme”.

Suor Siboni è stata poi 5 anni a Buenos Aires, quando era arcivescovo monsignor Josè Bergoglio, ora papa Francesco.
“Non ho avuto la fortuna di incontrarlo – afferma –. In compenso ho incontrato tanti volti di bambini che esprimevano la gioia di essere amati. In quella zona povera di Buenos Aires, i bambini vanno a scuola o al mattino o al pomeriggio e per il resto della giornata restano soli a casa, perché i genitori vanno nel centro della città a raccogliere rifiuti e/o a mendicare. Insieme ai volontari del Movimento che si rifà a don Orione abbiamo costruito una ‘Hogar de dia’, una ‘Casa per il giorno’ per ospitarli. Ogni giorno garantivamo a 130 bambini una doccia, un pasto, li aiutavamo a fare i compiti e li facevamo giocare. Per loro una delle conquiste più grandi era capire che avevano diritto a una sedia, che non era loro garantita né a scuola né a casa”.

Infine, il Brasile, un territorio immenso dove le diseguaglianze sociali sono altrettanto grandi. “Sono arrivata a Jussara nel 2008 e vi sono rimasta quasi 11 anni. La parrocchia contava ventimila abitanti, divisi in villaggi anche molto distanti dalla città. In ogni villaggio c’era una comunità di fedeli che faceva incontri di approfondimento della Parola di Dio. Raggiungevamo i villaggi per fare una giornata di ritiro, formazione, per conoscere le persone. E il sabato o la domenica accompagnavamo il sacerdote che riusciva a celebrare tre o quattro Messe. Abbiamo aiutato anche i detenuti del carcere locale. Vivendo queste esperienze mi sono sentita arricchita dal vedere la Chiesa in una dimensione più ministeriale e laicale, dove i credenti studiano la Bibbia e animano gli incontri, le celebrazioni. Il tutto vissuto in una relazione personale con Dio che si traduce nella concretezza: la gente si mobilita per aiutare il prossimo. Perché farsi prossimo significa considerare e servire gli altri. Nessuno escluso, come il Papa scrive nella sua ultima enciclica”.