Immagine di repertorio
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È difficile quantificare il numero dei candidati vaccini; sappiamo che oltre un centinaio di gruppi al mondo ci stanno lavorando, sebbene partiti in tempi diversi. Anche lo Spallanzani sta lavorando ad un vaccino attualmente nella fase uno di sperimentazione, mentre ne abbiamo tre che hanno completato o stanno per completare la terza fase: sono quelli messi a punto da Moderna, AstraZeneca e Pfizer, ai quali si aggiungono quattro vaccini cinesi e due russi. Oggi, data l’emergenza sanitaria in corso, la normale tempistica richiesta dallo studio iniziale alla commercializzazione di un vaccino – che può essere anche di di anni – viene compressa in termini di mesi. Tuttavia, realisticamente parlando, non credo sia possibile avere in Italia un vaccino prima del 2021”.

A dirlo al Sir è Roberto Cauda, ordinario di malattie infettive all’Università Cattolica e direttore dell’Unità di malattie infettive del Policlinico Gemelli di Roma. Di per sé i vaccini esistono già, spiega l’esperto, ma per essere commercializzati in Europa devono ottenere il via libera dell’Ema (European Medicines Agency) che decide in base ai dati clinici delle sperimentazioni. Tuttavia, aggiunge, ad accelerare i tempi potrebbe essere la cosiddetta “rolling review”, ossia la “valutazione continua in itinere” che consente di controllare le evidenze man mano che emergono dalle sperimentazioni in corso, snellendo così i processi di verifica senza tuttavia diminuirne accuratezza e qualità.

“A inizio ottobre l’Ema ha dato l’annuncio di aver iniziato la rolling review dei dati riguardanti il candidato vaccino messo a punto da AstraZeneca, Università di Oxford e Irbm di Pomezia. Ancorché i tempi complessivi di valutazione non siano prevedibili – un vaccino, oltre a rispondere a criteri di modernità e scientificità, deve essere efficace e sicuro – il processo dovrebbe potersi abbreviare”. Cauda definisce “incoraggiante” la notizia secondo la quale questo vaccino, basato su vettore virale, produce una buona risposta immunitaria anche negli anziani che, “in quanto soggetti fragili, saranno i primi, dopo medici e operatori sanitari, ad essere vaccinati”. Successivamente “si cercherà di convergere, sempre su base volontaria, sulla maggioranza della popolazione”.

Per quanto tempo ci immunizzerà? “Bisognerà anzitutto vedere se basterà una sola somministrazione o se ne servirà anche una seconda. Da quanto sta emergendo dai lavori, la risposta immunitaria sembra importante e duratura. Ma questo si potrà sapere soltanto durante la fase quattro, ossia la fase di sorveglianza e monitoraggio sul territorio dei soggetti vaccinati che verrà condotta su numeri molto ampi, per controllare anche eventuali effetti collaterali a lunga durata. Importante sarà testare gli anticorpi prodotti dopo la vaccinazione. Senza questi dati è prematuro formulare ipotesi”. Alla domanda se il vaccino manterrà la sua efficacia in caso di mutazione del virus, Cauda risponde: “Finora questo virus ha mutato molto poco. Ma probabilmente, da come sono stati strutturati i vaccini, sono state selezionate quelle parti del virus che si sono altamente conservate, nelle quali il rischio di mutazione è molto basso”.

Giovanna Pasqualin Traversa per Agensir