Una panoramica sulla città, dalla cupola del Duomo
Una panoramica sulla città, dalla cupola del Duomo (Ph. Credits Les Bomparts)

Si è partiti dal racconto del cosiddetto “primo lockdown” per associazioni, movimenti, uffici e iniziative pastorali: un quadro generale di molte delle iniziative concrete messe in campo in diocesi per “stare accanto” alle persone, soprattutto ai piccoli e ai fragili, nella prima ondata del Coronavirus. Per poi passare alle prospettive e alle direzioni da prendere, come Chiesa diocesana, per “dare speranza” in questo secondo atto dell’emergenza Coronavirus. Di tutto questo si è discusso questa sera nel primo consiglio pastorale diocesano in modalità online che aveva come obiettivo, appunto, l’ascolto delle varie realtà diocesane che fanno parte del consiglio e poi la costruzione di strade comuni da condividere.

Isolamento, comunicazione, anziani soli ma anche idee nuove, le sfide dell’ascolto e della vicinanza nella distanza fisica: sono alcune delle parole chiave emerse dal racconto delle tante iniziative proposte nei mesi scorsi dalla nostra Chiesa. Sulle quali, in chiusura, è stato l’arcivescovo Lorenzo, a tracciare una prospettiva di lavoro concreta.

Tutti siamo preoccupati di quel che succederà – ha detto dopo la discussione – abbiamo visto, in questa seconda ondala un aumento del livello di rabbia. Oppure la prospettiva può essere quella che le persone si facciano prendere dalla sfiducia, da un clima depressivo. In tutto questo noi dobbiamo fare invece una proposta che faccia crescere la voglia e il desiderio di resistenza. Né rabbia, né depressione né sfiducia: la nostra, in questo tempo, deve essere una testimonianza di pazienza”.

Tre i canali concreti attraverso i quali l’arcivescovo ha proposto di orientare sforzi e attività: la liturgia, con la prospettiva che le celebrazioni, contrariamente a quanto avvenuto nei mesi scorsi possano continuare (“Dobbiamo però aiutare anche chi non viene da mesi per paura o per timore”), la carità, anche “comunicativa” e una testimonianza cristiana sul tema della morte.

Quelle caritative – esemplifica mons. Ghizzoni – sono state attività molto apprezzate e dobbiamo proseguire su questa strada, non solo sulla strada della carità materiale ma anche su quella spirituale che si traduce nell’ascoltare, nel parlare, soprattutto con le persone anziane. In questa prospettiva, dobbiamo usare tutti i mezzi di comunicazione che abbiamo a disposizione (media, social, telefono etc…): questa è una delle dimensioni della carità in grado di vincere la sfiducia. Si tratta di gesti di carità faticosi ma importanti”.

“Infine – ha concluso l’arcivescovo – dobbiamo rimettere al centro del nostro annuncio il tema della morte: con esso siamo al centro del cristianesimo. Siamo portatori di speranza se annunciamo la Risurrezione e in base a questa certezza nel futuro possiamo costruire il presente. L’alternativa è una speranza un po’ banale: tirare avanti fino al vaccino? È certamente concreto ma non basta a dare senso a quel che viviamo. Rendiamo visibile questo porto sicuro perché siamo sulla stessa barca ma non in balia delle onde. È un tema che dà prospettive pratiche e spunti per prendere iniziative. Allora davvero questo tempo di pandemia non sarà passato invano”.