Immagine di repertorio
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Accogliendo il messaggio del Santo Padre, tutta la Chiesa celebrerà domenica 15 novembre la IV Giornata Mondiale dei poveri. Quest’anno questa giornata si inserisce in un contesto particolare che ci vede più che mai tutti protagonisti. Non noi e i poveri. Ma noi, tutti più poveri! Siamo stati tutti travolti da un inaspettato nemico che ci ha disorientati davanti all’incertezza e alla sperimentata fragilità, che ci ha colti impreparati nell’accettare vincolanti condizioni ma anche limitati in quelle libertà, di espressione, di relazione e di movimento, che ordinariamente si danno per scontate.

La pandemia ci ha messi in discussione, ci ha resi impotenti facendoci riscoprire che l’invincibilità non esiste, ha fatto emergere la povertà, in tutti i suoi aspetti, come tratto distintivo dell’essere umano e portando malattia, sofferenza e lutti, ha risvegliato il bisogno della preghiera non solo nei credenti ma, forse, anche nelle persone più lontane a Dio. Ed anche nel nostro contesto l’invisibilità del virus ha portato ad altre visibili conseguenze più materiali: le abbiamo viste e continuiamo a vederle nelle nostre realtà di servizio. Come dimostrano i dati, i numeri di chi non ce la fa, di chi è rimasto stretto nella morsa delle limitazioni lavorative ed economiche, sono vertiginosamente in aumento. Davanti alla porta dei servizi Caritas c’è sempre più gente al collasso.

Il titolo del messaggio “Tendi la tua mano al povero” (tratto dal Siracide 7,32) si presenta più che mai come un invito alla concretezza evangelica, a una fede sempre più incarnata e concreta perchè sintetizza l’essenza e l’essenziale della vita di ogni cristiano che ha origine nella relazione con Dio e che trova pieno compimento nell’amore verso il prossimo. Una non esclude l’altro anzi, “la preghiera a Dio e la solidarietà con i poveri e i sofferenti sono inseparabili”.

Oggi siamo costretti a un forzato distanziamento sociale, si deve rimanere lontani ma non dobbiamo farci allontanare: davanti a questo trauma comune la solidarietà può essere espressa in diversi modi materiali (offerte, raccolte di viveri o donazioni) ma non va dimenticato che la carità non può essere delegata ad altri ma fa parte di noi ed è un richiamo quotidiano ad essere vicini, a farsi carico “dei pesi dei più deboli”, a stringersi attorno a quanti vivono la prova. Questa “stretta” di umanità, fatta di attenzioni e di piccoli gesti, è come un virus perché contagia (ma positivamente) la vita di tutti e porta a respirare il senso di una nuova fraternità. E questa non non ha e non avrà limitazioni.

Silvia Masotti, responsabile delle Caritas parrocchiali