Andrea Tornielli

“Il senso di quello che siamo chiamati a fare? L’ho capito quando abbiamo intervistato padre Pier Luigi Maccalli, il missionario della provincia di Crema appena liberato da un rapimento in Niger: ci ha detto che, nella sua prigionia, grazie a una radio in pieno deserto è riuscito a sentire il Vangelo del giorno e la Messa di Pentecoste. Radio Vaticana è riuscita a portare conforto e la voce del Papa a un prigioniero nel mezzo del deserto: davvero lì capisci per chi e perché lavori”.

Dialogo a 360 gradi giovedì sera sulla piattaforma Zoom con Andrea Tornielli, direttore editoriale del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede e vaticanista di fama. L’occasione è stata offerta l’interclub Rotary voluto dal club di Cesena con il suo presidente Francesco Zanotti, al quale hanno partecipato oltre 120 soci di 13 club della Romagna e di Bologna, il governatore del Distretto Adriano Maestri e il governatore incoming Stefano Spagna Musso.

“Comunicare la fede e la vita della Chiesa al tempo dei social media”: questo il titolo della serata che grazie alla disponibilità di Tornielli e alle tante domande dei partecipanti si è trasformata in uno spaccato della comunicazione oggi e del rapporto tra Chiesa e società, a partire da una prospettiva particolare come quella dei media vaticani. Dal 2018, Tornielli è direttore editoriale di tutti i media della Santa Sede, riuniti in un unico organismo, il Dicastero per la Comunicazione vaticana, dopo una riforma avviata da papa Francesco nel 2015.

“Una struttura da 240 giornalisti che arrivano da una settantina di Paesi e producono informazione in 35 lingue – quantifica Tornielli –. È un po’ come se fossimo le Nazioni Unite. Prima c’erano nove enti diversi riuniti oggi in un’unica struttura che ha iniziato a pensare la comunicazione insieme. Siamo il più grande Dicastero vaticano con 500 dipendenti”.

Una complessità che permette di arrivare in tutto il mondo con il messaggio del Papa. E di “stare accanto” in molti modi a tantissime persone: “Credo che il lockdown della scorsa primavera ci abbia aiutato tantissimo a riscoprire questa funzione dei media – ragiona Tornielli –. Un esempio su tutti è la Messa delle 7 da Casa Santa Marta: un grande evento di comunicazione che ha aiutato molti a sentirsi meno soli. Ha raddoppiato in quella fascia oraria lo share di Rai 1 che l’ha mandata in onda, dopo due settimane di esclusiva di Tv2000”.

In un tempo in cui la tecnologia è, da un lato, decisiva, ha raccontato Tornielli, dall’altro è segnata da una cultura social “da derby”, che inevitabilmente semplifica e chiama a prendere posizione prima ancora di aver capito, i media devono aver il coraggio di un “approccio diverso”: “No alla logica del botta e risposta. Sì a una rappresentazione della realtà capace di guardare quel bene che tanto spesso non ha cittadinanza sui media”.

Il tutto a partire da un’altra considerazione: “Oggi la comunicazione passa se è implicata la vita delle persone: bisogna parlare attraverso storie belle o anche drammatiche delle persone, mettendo al centro la comune esperienza umana”. Un principio che di fatto si ritrova anche nell’ultima enciclica ‘Fratelli tutti’, “straordinariamente attuale che ci dice come la buona comunicazione non è quella che cancella la nostra identità, ma la presenta in modo positivo e propositivo a partire dalla vita. La Chiesa, pur con i suoi acciacchi e le sue fatiche, ha ancora questo come compito testimoniale: raccontare il bene. Anche in piena epoca Covid si può”, ha detto Tornielli. E si deve.

La libertà di un vaticanista, i dossier MacCarrick e Becciu, la Chiesa sui social, le immagini, la differenza tra propaganda e comunicazione, la funzione della radio nel panorama mediatico, l’ultimo docu-film su Francesco: si è parlato di tantissimi altri temi giovedì sera nelle domande. Ne racconteremo sull’edizione cartacea di Risveglio Duemila della prossima settimana.