Il disegno del piccolo Francesco Ria

“Il mio papà Luca è un infermiere: cura le persone e combatte il Coronavirus”. Ha sei anni Francesco, il figlio di Luca Ria, da 10 anni infermiere in Terapia Intensiva Cardiologica al Santa Maria delle Croci, ma ha già capito come dovrebbe funzionare la sanità: curare le persone e combattere le malattie. Anche se per questo Covid, servono le ali, i razzi ai piedi e la S di “Supereroe” sulla divisa, come ha disegnato lui. E forse non è l’unico, Francesco, a pensarla così. “Da un certo punto di vista, in un reparto come il mio, il lavoro non è cambiato molto: certo, ci sono i dpi (dispositivi di protezione individuale) e una serie di attenzioni di tenere ma non abbiamo pazienti intubatiLa differenza sta certamente nel fatto che non hanno i parenti vicini e questo fiacca il morale e diventa un problema psicologico”.

Luca Ria

Manca la terapia della cura di un famigliare e del contatto, “che è sempre stata decisiva per fare emergere la forza che serve a superare la malattia”. “Soprattutto – racconta Luca – quando si tratta di patologie cardiache: la sensazione quando hai un infarto in corso è quella di morte imminente. Da noi arrivano pazienti già terrorizzati per essere in ospedale, in più con quei sintomi e da soli…”. Cosa può fare un infermiere? “Anzitutto evitare il nervosismo, e fargli capire che è in un luogo sicuro, che noi combattiamo al suo fianco. Poi io parlo sempre di chi sta ‘sopra’”. Non il primario, come si potrebbe pensare: ma il “Buon Pastore che carica tutti sulle sue spalle… e nessuno, neanche il bestemmiatore più incallito, mi ha mai mandato a stendere”. La sofferenza, ragiona l’infermiere, che ha anche iniziato il percorso formativo per diventare diacono, ti avvicina a Cristo: “tutti hanno bisogno di una luce, tutti cercano la vita, anche chi è depresso. Ed è per questo che l’annuncio può fare breccia”.

Non si tratta solo di lavoro per Luca, è evidente: “Perché lo faccio e perchè lo faccio così? Stare accanto a queste persone mi ricorda chi sono e da dove vengo. Quando mi sono laureato ho deciso di seguire la regola del ‘fare agli altri quel che vorrei che fosse fatto a me”. E in questo periodo i pazienti desiderano anzitutto una vicinanza e un’umanità che da soli non si possono dare: “A volte vedi la solitudine negli occhi delle persone anziane. Ed è in quel momento che, per cercare di accendere la speranza, proviamo a metterli in contatto con i parenti: quel qualcosa in più” che può riaccendere la motivazione e fare la differenza. Se accanto alle nostre croci c’è sempre Dio, quella malattia o sofferenza, ragiona Luca, diventano occasioni di non perdere: un luogo privilegiato dell’incontro e dell’annuncio”. Perchè non provarci?