La tomba di Carlo Acutis (Foto Siciliani-Gennari/SIR)

“Ma allora può diventare santo anche un ragazzo che beve birra?”. È la domanda, davvero sorprendente, che mi sono sentito fare da una giornalista olandese, venuta ad Assisi per l’evento della beatificazione di Carlo Acutis. Ha esordito ricordando quanto la pratica della fede sia ormai in declino nella sua patria, specialmente nelle nuove generazioni.

Era incuriosita dal fatto che il giovane beato avesse attirato ad Assisi, in pochi giorni, decine di migliaia di persone e molte di più in tutte le parti del mondo. Il fenomeno ha interrogato il mondo della “notizia”, ponendo il problema del “perché”. Un santo dunque che beve birra? Ho naturalmente risposto: “Dipende da come e da quanta ne beve!».

A parte la birra – non era certo il caso di Carlo – ho spiegato che proprio questo è il messaggio del nuovo beato: la santità non appartiene all’ordine delle cose “straordinarie”. Ogni cristiano la deve sentire come sua vocazione.

In fondo, si tratta di portare nella concretezza della vita un dono che riceviamo nel battesimo: l’amore di Dio, la sua vita in noi, la presenza di Cristo che si fa “uno” con noi, specialmente nell’Eucaristia.

Con la santità, il cielo si fa vicino e abita il nostro cuore. Carlo Acutis – con espressione originale e giovanile – amava dire che l’Eucaristia era la sua “autostrada per il cielo”.

La festa di tutti i Santi ci porta all’altezza del Paradiso.

Le scene impressionanti dell’Apocalisse ci mostrano la folla innumerevole di quanti, nella Gerusalemme celeste, hanno lavato le loro vesti nel “sangue dell’Agnello” (cf. Ap 7,14).

Non si nasce santi. Il peccato ha deformato l’immagine di Dio nell’uomo. Occorre pertanto “riformarla”. C’è un cammino da fare che non sottrae alle cose della vita, ma aiuta a viverle secondo la volontà di Dio. Nessuna autentica bellezza è respinta o disprezzata. Al contrario, tutto diventa più bello alla luce della grazia.

L’animo si incanta nella bellezza dell’universo, rintracciandovi l’orma di Dio. Il “Cantico di Frate Sole” è l’esempio forse più suggestivo di questo “incanto”: frate Sole, sora Luna, sora Acqua, frate Focu… Tutto acquista armonia. Tutto dice fraternità. 

La santità è vita di amore: quello rivelato pienamente sul Golgota. Amore di Dio e amore del prossimo: due facce di un unico amore. Dentro questo orizzonte, tutto, tranne il peccato, ha cittadinanza. E dunque, nella vita di un giovane come Carlo, si troverà musica, amore per la natura e per gli animali, sport, informatica. E naturalmente, le altre espressioni di vita proprie della sua età, tra famiglia e scuola. Ma tutto incardinato su un preciso programma: “Essere sempre unito a Gesù”.

Ritrovando Gesù anche nei poveri, da assistere ed amare. Tutto sviluppato su un’opzione che Francesco di Assisi aveva espresso con la sua spogliazione anche fisica, per dire che ormai era tutto di Dio e non gli interessavano più il denaro del padre e i sogni effimeri della vita trascorsa.

Carlo esprimeva la stessa cosa in forma ancora più tagliente: “Non io, ma Dio”. Ma per spiegare poi che questa rinuncia a se stesso – quella richiesta da Gesù come una condizione della sequela di lui (cf. Mc 8,34) – non toglie alla vita né bellezza né originalità: al contrario! “Tutti nascono originali, molti muoiono fotocopie”, amava sottolineare.

I santi sono tutti, fino in fondo, originali. Conformandosi a Gesù, si muovono in sintonia con la loro scaturigine profonda, la loro vera “originalità”, il loro DNA spirituale. Francesco e Carlo, uniti in un unico messaggio nel santuario della Spogliazione, parlano di libertà.

Il mondo dei santi è davvero il mondo della libertà.

“La verità vi farà liberi” (Gv 8,32), afferma Gesù, mentre il peccato ci fa schiavi. Parole che solo i santi ci sanno spiegare con lo splendore della loro vita.

Domenico Sorrentino, vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino (Agensir)