La parabola dei talenti (1712), xilografia, particolare
La parabola dei talenti (1712), xilografia, particolare

XXXIII domenica del tempo ordinario
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 25, 14-30)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: “Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque. Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due. Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo. Il padrone gli rispose: Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.

Il commento di don Luigi Spada, parroco di San Simone e Giuda

La trentatreesima domenica del tempo ordinario coincide con la quarta Giornata Mondiale dei poveri che ha come titolo “Tendi la tua mano al povero” (Sir. 7, 32). Queste parole della Sapienza antica risuonano oggi con tutta la loro carica di significato, per aiutare anche noi a concentrare lo sguardo sull’essenziale e a superare le barriere dell’indifferenza.
Prendiamo tra le mani il Siracide, uno dei libri dell’Antico Testamento, qui troviamo le parole di un maestro di saggezza, vissuto circa 200 anni prima di Cristo. Egli andava in cerca della sapienza che rende gli uomini migliori e capaci di scrutare a fondo le vicende della vita.

Lo faceva in un momento di dura prova per il popolo di Israele, un tempo di dolore, lutto e miseria a causa del dominio di potenze straniere. Così scrive papa Francesco all’inizio del suo messaggio, scritto per questa Giornata. Mentre mi appresto a preparare un commento alle letture di questa domenica mi arriva via whatsapp la comunicazione quotidiana di don Claudio Giorgioni, parroco di San Vittore, ricoverato da dieci giorni all’Ospedale di Ravenna. La situazione attuale non è dissimile da quella dell’autore sacro, paura e angoscia si leggono sui visi della gente, sui volti di tanti parrocchiani e anche nello scritto di un sacerdote che come tanta gente è passato attraverso l’esperienza della malattia e della prova.

Il messaggio di don Claudio è particolarmente significativo perchè ci raggiunge da un letto di sofferenza e ci invita a puntare anche noi sulle cose che veramente contano nella vita e non a vivere esperienze o parole legate al formalismo o alla pura esteriorità. Dice don Claudio: “oggi alle 14 mi portano a casa… dopo di che inizia per me l’isolamento a casa, intanto a casa si sta sempre meglio che in ospedale. Grazie per tutte le vostre preghiere che mi hanno accompagnato fino a questo momento, perché dieci giorni fa non ero messo bene, non pensavo di arrivare alla fine. Devo dirvi in verità che la febbre alta che non si abbassava e il respiro che non c’era mi avevano portato a dire: sono ormai arrivato al capolinea. è sempre meglio mettersi a posto, non si sa mai. Oggi siamo qui domani siamo da un’altra parte e alla fine il giudizio di Dio è quello che conta di più, è quello a cui dobbiamo rispondere e quando arriva quel momento lì … tutto il resto sono chiacchiere”.

Poche parole ma penso che siano uno dei commenti più belli alla parabola dei talenti che leggeremo in questa domenica: nel Suo insegnamento Gesù ci dice che agli occhi di Dio non conta quanti sono i talenti, bensì il loro utilizzo corretto e saggio, come continua questo capitolo venticinquesimo di Matteo che si conclude con il giudizio finale. Alla fine della vita saremo giudicati sulla nostra capacità di amore e di dono, tutto il resto, come sottolinea don Claudio, sono pure chiacchiere.