Maestranze romane del Battistero Neoniano (479-475 ) Battesimo di Cristo (particolare), decorazione musiva parietale del Battistero Neoniano, Ravenna
Maestranze romane del Battistero Neoniano (479-475 ) Battesimo di Cristo (particolare), decorazione musiva parietale del Battistero Neoniano, Ravenna

III domenica di Avvento
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 1, 6-8.19-28)

Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui.
Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. Questa è la testimonianza di Giovanni.
Quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e levìti a interrogarlo:”Tu, chi sei?”.
Egli confessò e non negò.
Confessò: “Io non sono il Cristo”.
Allora gli chiesero: “Chi sei, dunque? Sei tu Elia?”.
“Non lo sono”, disse.
“Sei tu il profeta?”. “No”, rispose.
Gli dissero allora: “Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?”.
Rispose: “Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa”.
Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei.
Essi lo interrogarono e gli dissero: “Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?”.
Giovanni rispose loro: “Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo”.
Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.

Il commento di Andrea Romagnoli, diacono

Nella terza domenica di Avvento, “Gaudete”, siamo chiamati da Cristo a portare il lieto annunzio a tutti i poveri, vicini e lontani. Comunicando l’amore che da lui abbiamo ricevuto doniamo gioia agli altri che è diversa dal solo piacere. Spesso siamo alla ricerca di un appagamento momentaneo che però ci svuota, lasciandoci il nulla. È la gioia vera che dobbiamo ricercare quella che ci viene annunciata da Giovanni che battezzava rendendo testimonianza della luce.

Egli però non era la luce perché quella vera è venuta nel mondo ma non tutti l’abbiamo accolta. Non possiamo possederla perché è dono di Dio e chi la accoglie viene rigenerato nella Sua vita. È stata la Sua prima creatura e la Sacra Scrittura ce lo testimonia, per mezzo di lei poi abbiamo la redenzione attraverso la testimonianza del Figlio e così entreremo nella gioia– La nostra natura ci porta a fare resistenza alla luce e spesso stiamo nell’ombra. La gioia piena è la luce piena; attraverso la fede e il Vangelo riceviamo una chiamata che sta poi a noi accettare o no.

Questa è la lotta interiore di ogni uomo: credere al bene, alla salvezza di Dio, alla bontà della nostra esistenza, a qualcosa che porta alla redenzione del nostro passato, perché ogni cosa “sudicia” che c’è stata nella nostra vita possa diventare pace, perdono, salvezza e incontro con Dio. Qualcuno deve gridarci che c’è la luce nella nostra esistenza e credere alla luce è aprire gli occhi cercando l’invisibile. Aprendoci alla fede, abbiamo bisogno della testimonianza perché nessuno entra nella gioia piena fino a quando non viene abbandonata la luce dell’uomo vecchio che ci dà solo una visione parziale e idolatrica.

Se uno si trova nella penombra e arriva la luce forte sta male e può desiderare di volere stare fuori dalla luce piena che smaschera polvere, sporcizia e ambiguità: la gioia vera non è compatibile con la vita fatta di piccoli mezzi che spesso noi uomini siamo abituati ad utilizzare per raggiungere i nostri scopi. Ciò che caratterizza colui che porta la luce è l’umiltà. Dice Giovanni: “mica sono io il Cristo, non sono quello che credete, non sono il centro della storia!”. È un uomo meraviglioso che si mette da parte parlando di un altro ed è qui che inizia la luce, quando non siamo noi al centro della realtà, quando annunciamo un altro.

Allora pratichiamo la sua via che è pace vera, perché è nell’umiltà il riconoscimento onesto e veritiero del ruolo, ricordandoci che siamo complementi oggetto della vita e che il soggetto vero è Dio. Noi non siamo la salvezza, siamo noi a dover essere salvati. I Santi hanno saputo parlare della luce e non si sono scambiati per la luce. È una virtù meravigliosa quella dell’umiltà e si sta bene vicino a chi la pratica. Santa Madre Teresa di Calcutta diceva: “se oggi incontro una persona e non mi fermo con lei, non gli parlo, non gli dono la gioia dell’amore, non gli porterò la luce di Cristo, perché forse io dal quel posto non ci passerò mai più e avrò perso l’occasione di amare come sono stata amata”. Essere cristiani vuol dire liberare la potenza dell’amore che accoglie tutti e ci porta a condividere la vita dell’altro nella luce della gioia.