L'Istituto Tumori di Meldola
L'Istituto Tumori di Meldola

Da oltre 8 mesi il sistema sanitario nazionale è impegnato nella lotta al Coronavirus. Un impegno che ha messo in secondo piano un’altra battaglia: quella contro il tumore. In Emilia-Romagna c’è un’importante realtà che dal 2007 è eccellenza nella cura e nella ricerca contro il cancro: è l’Istituto Scientifico Romagnolo per lo Studio e la Cura dei Tumori a Meldola. Con Maria Teresa Montella, direttore Sanitario dell’Irst e Oriana Nanni, direttore dell’Unità Biostatistica e Sperimentazioni cliniche dell’Istituto, abbiamo affrontato il tema “Tumori e Covid”, per capire come l’Irst stia vivendo l’emergenza sanitaria legata alla pandemia e quanto il rischio contagio abbia influenzato l’attività ordinaria del polo.

In seguito all’emergenza Covid, quali misure precauzionali particolari avete introdotto?
Fin dall’esordio della prima ondata abbiamo alzato al massimo il livello di tutela, sia nei confronti dei pazienti sia dei dipendenti, attivando azioni multiple. Tutti i pazienti che hanno necessità di un ricovero ordinario vengono sottoposti a un questionario per indagare se hanno sintomi riferibili al Covid-19 e, in caso negativo, possono accedere alla struttura previa esecuzione di un tampone rinofaringeo che ne attesti la non-positività. Abbiamo attivato un triage telefonico che, il giorno prima del ricovero o di qualunque trattamento, monitora e autorizza all’accesso mentre nel parcheggio interno dell’Irst è stata montata una tensostruttura dedicata al triage infermieristico. In caso di positività del tampone, questa viene segnalata all’Igiene Pubblica e, di norma, viene posticipata la chemioterapia di 10-14 giorni così da superare il periodo di quarantena. Se il paziente è paucisintomatico si deve rivolgere al medico di medicina generale; se, per contro, ha sintomi significativi è inviato all’Ospedale di Forlì o di Cesena. Una volta che il paziente si è negativizzato può tornare nel nostro istituto. A partire dai primi di marzo, tutto il personale Irst è regolarmente sottoposto a screening, sia con esame sierologico sia con tampone. Secondo i dati dell’Istat nella prima ondata del contagio, il 13% degli operatori sanitari a livello nazionale è entrato in contatto con il virus, da noi si è registrato un valore del 2%. Ciò significa che siamo riusciti a proteggere il nostro personale. Perché per vincere una guerra è fondamentale proteggere prima l’armata.

Quindi il rischio contagio non ha comportato ritardi nei percorsi di terapia?
Esatto. All’Irst non ci sono stati ritardi. Essendo una struttura monospecialistica non abbiamo mai interrotto la continuità della cura.

Cosa rappresenta il coronavirus per le persone malate di tumore?
Ci sono molti studi allarmistici che indicano una crescita della mortalità in questi pazienti ma potremo davvero comprendere se e quali impatti ci sono stati solo alla fine. Tutta la letteratura scientifica sembra indicare che la popolazione oncologica abbia una più alta incidenza di mortalità. In realtà bisogna tenere presenti anche altri elementi, quali la fascia d’età, altre comorbilità, cioè la coesistenza di più patologie diverse in uno stesso individuo. Quindi al momento non vi sono dati certi.

La pandemia quali ripercussioni avrà nella lotta ai tumori, nel breve e lungo periodo?
Certamente il lockdown ha rallentato l’attività di screening, in particolare a mammella, colon e cervice, ma rispetto ad altre regioni, qui in Emilia-Romagna abbiamo avuto una capacità di recupero molto significativa. In questo caso non è un merito dell’Irst poiché la prevenzione è gestita dall’Ausl Romagna che ha fatto uno sforzo significativo per recuperare i controlli persi, raddoppiando i turni.
Certamente, rallentare la prevenzione aumenta il rischio di avere tumori più avanzati in un secondo momento.

Dottoressa Nanni, quali ricerche state portando avanti nella lotta al Covid?
Stiamo sviluppando numerosi progetti che interessano diversi aspetti e partecipiamo a collaborazioni scientifiche a livello internazionale. In particolare, siamo impegnati nello studio “Corsa” che riguarda la tutela degli operatori; in una ricerca sulla terapia dei pazienti Covid specialmente asintomatici; in uno studio sulla prevenzione con l’idrossiclorochina; in una ricerca di tipo biologico molecolare sulle caratteristiche del virus.
Abbiamo anche uno studio d’osservazione per verificare se i pazienti che ricevono ormono-terapia siano realmente protetti dal virus, come una certa letteratura sta ipotizzando. Inoltre stiamo definendo un altro importante progetto legato al Coronavirus: studieremo in maniera scientifica la mortalità dovuta al Sars CoV 2, in tutti i pazienti oncologici inseriti nei Registri Tumori.

Rispetto al “vaccino anticovid”, dottoressa Nanni è ottimista?
Lavoro nel campo della sperimentazione sui farmaci da una vita e posso assicurare che i tempi tecnici sono fondamentali per garantirne la sicurezza.
Quindi, mi sento di dire che siamo fiduciosi per quanto riguarda la disponibilità nel prossimo futuro di anticorpi monoclonali per il trattamento anti Covid-19, farmaci che possono cambiare il corso della pandemia e potranno fare da ponte verso un vaccino. Per quanto riguarda il vaccino, le ricerche in atto fanno presupporre buoni risultati ma è ancora troppo presto per fare precise previsioni sull’immissione in commercio e la sua disponibilità per la popolazione. Data la situazione di emergenza tutti gli studi sul Sars CoV 2 hanno avuto una via preferenziale negli iter autorizzativi ma non si può rischiare di abbassare la guardia sui livelli di sicurezza a breve e medio termine.

di Sara Pietracci

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