Ilda Renzelli

Ultimo giorno di lavoro per Ilda Renzelli, coordinatrice della Pallavicini-Baronio, che dal primo gennaio lascia la struttura che ha diretto per oltre 20 anni. I mesi più difficili, senza ombra di dubbio, sono stati gli ultimi: quando ha dovuto affrontare, anche da casa essendo stata contagiata a sua volta, un focolaio di Covid che ha causato molti decessi tra gli ospiti e contagi tra gli operatori sanitari. “Mi sono sentita come un reparto di fanteria che doveva combattere con fionda e pugnali una contraerea”, spiega efficacemente. La carenza di personale al culmine del contagio c’entra, ma fino a un certo punto, spiega. È il virus e le sue caratteristiche che rendono vulnerabili ambienti come quello delle case di riposo: “Non si può pensare che una casa protetta organizzata per accogliere e gestire malati cronici possa gestire acuti infettivi”. Il sistema, preziosissimo per tante famiglie, va ripensato anche per quel che riguarda una maggiore integrazione tra la parte socio-assistenziale, sanitaria e di animazione (cognitiva e psicologica). Su questo vuole “lavorare” nei prossimi mesi, magari con un convegno o semplicemente aprendo un dibattito sul futuro di queste strutture. Un dibattito che vogliamo iniziare su Risveglio Duemila.

Ilda, com’è la situazione ora alla Pallavicini-Baronio?

Proprio oggi l’Igiene Pubblica è venuta a fare i tamponi che, se risulteranno negativi, condurranno alla dichiarazione di struttura “Covid-free”. Abbiamo anche più personale perché abbiamo assunto tre infermieri in sostituzione di quelli che sono entrati nel pubblico con le graduatorie. Sono riprese molte attività.

E a quando il vaccino? Ci sono date?

Al momento non sappiamo nulla: per ora è stata fatta una ricognizione di quanti operatori sono da vaccinare.

Come sono stati questi mesi? Sono stati i più difficili di questi 20 anni?

Certamente i più dolorosi, ma di fatica ne abbiamo fatta anche prima: nella realizzazione della sala relax, quando abbiamo costruito il centro diurno, quando si dovevano prendere decisioni per il futuro e progettare per gli anziani che sarebbero venuti…

Cos’è cambiato in questi 20 anni?

Molto. Fino a pochi anni fa, gli anziani avevano una vita mediamente lunga ma autosufficiente fino alla fine. Col progresso della medicina la vita si è allungata ma sono aumentati gli anziani non autosufficienti. Ed è sempre più difficile tenerli a casa. Ecco perché sono diventate progressivamente più importanti le Rsa come la nostra. Vorrei dire però anche qual è stato il momento più bello di questi 20 anni…

Prego…

In realtà sono tanti: i pranzi con le famiglie, le feste, il carnevale e tutti quei momenti in cui un anziano che non si aspettava più nulla dalla vita, torna a darle una senso. Ho visto persone che entravano qui con l’unica prospettiva di morire, che dopo qualche mese disegnavano, cantavano, sorridevano: quasi una rinascita.

Come si ottiene questo?

È fondamentale la motivazione degli operatori. Occorre parlare con loro, selezionarli in un certo modo, formarli: creare, insomma, tutte le condizioni – dico io – perché “sul viale del tramonto nascano dei fiori”. Per farlo occorre spendersi, in prima persona: non solo dare da mangiare ma guardare negli occhi, parlare con loro, farli sentire (come sono) persone. 

Non dev’essere stato semplice negli ultimi mesi. Che segni ha lasciato nei suoi operatori l’emergenza Covid che avete vissuto?

C’è certamente tanta tristezza, e senso d’impotenza. Chi si è ammalato è stato molto provato, ma anche gli altri. Questo dolore ha però rafforzato il nostro senso di appartenenza. Io mi son sentita in colpa, certamente. Sono state prese tutte le precauzioni che c’erano da prendere ma questo è un nemico che non si vede: è dura. Non si può pensare che una casa protetta, attrezzata per curare malati cronici possa gestire acuti infettivi. Come non si può pretendere da un bimbo di prima elementare risultati scolastici se lo si mette in terza media. In certi momenti mi sono sentita un po’ come Davide contro Golia: la fanteria armata di fionda e pugnale contro una contraerea.

Servivano più mezzi?

Non so, col senno di poi, mi viene in mente che in estate si poteva fare forse una ricognizione delle strutture più adatte a gestire i casi di Covid, così forse i positivi si sarebbero potuti inviare lì e non al Pronto Soccorso. Ma col senno di poi è semplice. La formazione degli operatori c’è stata ma ovviamente nessuno può vivere tutta la propria vita qui dentro. 

Cosa dice l’esperienza che avete vissuto per il futuro delle Cra?

Trovo che le Case residenze anziani debbano mantenere il loro aspetto di case, ma occorrerebbe “sanitarizzarle” un po’ di più. Far crescere e integrare sempre di più la parte socio-sanitaria e sanitaria e l’animazione dal punto di vista psicologico e cognitivo . Occorre però dire che non potrà mai trasformarsi in un luogo nel quale ti limiti a “prescrivere” una medicina. L’attenzione all’aspetto relazionale deve essere caratterizzante.

Come si gestiscono, dal punto di vista psicologico, le morti quotidiane degli ospiti della struttura?

All’inizio, 30 anni fa, non ci ho dormito per una settimana. Non ci si fa mai l’abitudine: nel cuore me ne sono rimasti parecchi di nonni. Ma a volte è difficile anche vederli soffrire, nelle settimane prima. Certo, la fede aiuta: sapere che c’è altro dopo, che si ritroveranno insieme, aiuta. A me basta che si siano sentiti accolti. La cosa più importante da far capire è questa: che si può aver bisogno degli altri ma se c’è qualcuno che non te lo fa pesare, la dignità resta. E fa la differenza