Liberazione di Ravenna
Liberazione di Ravenna

76 anni fa, il 4 dicembre del 1945, le truppe alleate e i partigiani italiani della 28ma Brigata Gap “Mario Gordini” liberarono Ravenna dal nazifascismo. L’anniversario si celebra, senza la partecipazione di pubblico, venerdì 4 dicembre in piazza del Popolo alle 11.30, con la la cerimonia di deposizione di corone e omaggio alla lapide in memoria dei caduti della Seconda Guerra Mondiale.

Aveva otto anni, quel giorno, Pietro Mieti, e da pochi giorni il suo paese natale, Castiglione di Ravenna, era già stato liberato. “Per tutto il paese fu una grande festa – racconta Mieti – e per noi bambini fu festa ancora più grande: i soldati canadesi ci regalarono tanta cioccolata e i chewing gum e io fui felice di ospitare a casa nostra alcuni militari inglesi”. Pietro Mieti abitava insieme ai genitori e alla nonna e la loro vita semplice, in campagna, trascorreva piuttosto tranquilla. Furono gli eventi successivi all’armistizio dell’otto settembre del 1943 a sconvolgerla.

“Iniziammo a sentirci prigionieri dei nazisti e dei fascisti, c’erano molte restrizioni e cominciò la lotta di liberazione – continua Mieti –. Mio padre Armando fece il partigiano e rimase anche invalido in seguito a una ferita. Ed il fratello di mia mamma, Lino, insieme al cugino Armando, nel marzo 1944 fu ucciso a Cervia in un agguato dai fascisti. Sono i martiri Fantini, che ogni anno la città ricorda nell’anniversario della morte”. Un evento tragico che la famiglia superò unita, anche se a fatica.

Il percorso di vita di Pietro Mieti lo ha portato poi a lavorare per decenni come contabile di aziende, ma anche all’impegno politico (a partire dagli anni Sessanta è stato prima in consiglio comunale a Cervia e poi Assessore al Bilancio del Comune di Ravenna). Con la moglie e i figli si è trasferito a Classe e, ripensando ai tempi della guerra, ha un suggerimento e un invito da rivolgere a tutti, per affrontare e superare questo difficile momento legato alla pandemia.

“Quel che mi sento di suggerire – dice – è di imparare a essere contenti di quel che si ha, in ogni situazione. Noi ai tempi della guerra vivevamo con poco: un po’ di orto, qualche animale, il lavoro di bracciante di mia madre, ma eravamo felici e uniti. Questo è importante saperlo vivere anche oggi, proprio perché la pandemia colpisce non tutti allo stesso modo, intendo dal punto di vista economico: chi non ha lavoro, o lo ha perso in questi mesi, ne soffre maggiormente. Ma anche queste persone non devono mai disperare. E l’invito che faccio, a me e a tutti, è di recuperare e diffondere quell’atteggiamento di solidarietà e di unità, che ai tempi della guerra era naturale: sarebbe un modo per essere vicini a chi è più in difficoltà e per vivere quell’‘ama il prossimo tuo come te stesso’ che Gesù ci insegna”.