Manifesti anti Ru486, notificata al Comune una diffida con le ipotesi di reato di “abuso d’ufficio in atti di discriminazione politica e condotte diffamatorie” contro la rimozione “indebita” richiesta dall’assessore Ouidad Bakkali con la motivazione che essa sarebbe “altamente disinformativa e lesiva della dignità della donna e della libertà di scelta”. A comunicarlo sono i promotori della campagna informativa #dallapartedelledonne, l’associazione ProVita e Famiglia e l’associazione culturale San Michele Arcangelo che hanno fatto affiggere anche a Ravenna i poster che denunciano la disinformazione sull’aborto farmacologico

“Prenderesti mai del veleno? Stop alla pillola abortiva RU486, mette a rischio la salute e la vita della donna e uccide il figlio nel grembo”. Questo è il messaggio, riportato sui maxi manifesti affissi non solo a Ravenna e in tutta la Romagna ma a livello nazionale e che hanno subito anche in altre città atti di vandalismo o rimozioni.

“Un sopruso indegno di una società democratica – scrive la San Michele Arcangelo –, ancor più se si pensa che silenziare un fatto non lo rende meno reale. E occultare i dati sulla RU486 non impedirà che questa pillola continui a causare emorragie, gravidanze extra-uterine, infezioni, setticemie, distruzione del sistema immunitario, depressione e anche la morte”.

La diffida è stata notificata al Comune attraverso l’avvocato Francesco Minutillo e porta con sé anche la richiesta di immediata riaffissione dei manifesti.

Sulla questione e sulla legittimità della rimozione di tali manifesti era intervenuto stamattina anche il capogruppo di Lista per Ravenna Alvaro Ancisi. “Essendo ciò avvenuto all’insaputa della committenza – spiega –, che aveva onorato tutti gli obblighi e i carichi propri, si tratta di una pagina disdicevole per la pubblica amministrazione a prescindere da qualsiasi dibattito politico sui contenuti”

Sulla vicenda Lista per Ravenna ha chiesto un question time al sindaco, in particolare su 4 aspetti: la rimozione è avvenuta dopo che il competente servizio del Comune di Ravenna aveva visionato la grafica e il messaggio dei manifesti. “La rimozione rappresenta quindi, in primo luogo, un comportamento contraddittorio” che espone l’amministrazione “ad azioni civili per il risarcimento del danno”.  La motivazione con la quale è stata richiesta la rimozione si rifarebbe alla “comunicazione commerciale”, mentre secondo Ancisi si tratterebbe di “comunicazione sociale”, destinata, condivisibile o no, alla generalità dei cittadini, regolata invece dall’art. 46 del Codice di Autodisciplina pubblicitaria, che ha margini più ampi. L’intervento dell’assessore con la richiesta di rimozione violerebbe, secondo Ancisi, l’ “assoluta autonomia alla dirigenza tecnica da quella politica nella gestione dei servizi o attività che le sono dati in carico (vedi, in particolare l’art. 107 del Testo Unico che regola tra l’altro i Comuni). Infine, Ancisi riferisce della rimozione immediata dell’impiegata che gestisce le pratiche di affissioni per il Comune, dopo questa vicenda: “un’offesa alla dignità di una persona che fa onestamente il proprio lavoro, impossibilitata anche a difendersi, a meno che non battano un colpo i sindacati dei lavoratori”.