L'arcivescovo Lorenzo, questa sera, alla Veglia della Pace in Cattedrale

“Non c’è pace senza una cultura della cura”. Così ha concluso questa sera la Veglia per la Pace, interamente ispirata al Messaggio di Papa Francesco per la 54esima Giornata, l’arcivescovo di Ravenna Cervia monsignor Lorenzo Ghizzoni. Un momento fortemente voluto dalla Diocesi che tutti gli anni promuove, anche con i rappresentanti delle altre confessioni religiose sul territorio, la Marcia della Pace resa impossibile quest’anno a causa delle restrizioni contro la pandemia. Ma pregare per la Pace si può e questo è stato proposto in Cattedrale questa sera: “Non abbiamo voluto rinunciare a questo momento – ha detto in apertura l’arcivescovo che ha celebrato assieme al diacono Luciano di Buò, direttore dell’Ufficio per la Pastorale Sociale e del lavoro, Giustizia e pace e al parroco della Cattedrale don Arienzo Colombo – di riflessione e preghiera per la pace. Come avviene in tantissime altre Cattedrali del mondo e in comunione con la Marcia della pace nazionale”.

Stiamo vivendo una serie di crisi connesse tra loro – ha proseguito l’arcivescovo Lorenzo – : la crisi ambientale, alimentare, economica e migratoria. La pandemia ha provocato lutti e altre crisi famigliari e personali. C’è stata una reazione positiva di tutto il mondo sanitario e della scienza e della ricerca che hanno portato al vaccino. Speriamo che questo limiti i danni, danni che però ci sono già stati: sono già migliaia i morti”.

Proprio in questo contesto, il Papa ci propone la cultura della cura, come impegno concreto: una cultura che ha la sua radice nella Rivelazione, nell’Antico Testamento – prosegue l’arcivescovo – (Dio dà ad Abramo il compito di custodire la Creazione e di custodirci gli uni gli altri) e che ha in Gesù il suo culmine: “Tutto il suo ministero è un prendersi cura dell’umanità”. Nella Bibbia ci sono o immagini forti e iconiche di questo stile di cura, come quella del Buon Pastore e del Samaritano. E la Chiesa ha provato, nei secoli, a seguire questi esempi nelle tante opere di misericordia che ha avviato: “Quanti ospedali, orfanotrofi, ospizi sono espressioni di questo prendersi cura”.

Una cultura (della cura) che si può declinare in quattro principi concreti, che fanno parte della Dottrina Sociale della Chiesa: la cura della persona come promozione della dignità e dei diritti della persona, la cura dei beni comuni (“Che dovrebbe essere l’ispirazione della vita economica, sociale e politica. Anche in questo il Covid ci ha fatto capire quanto sia necessario il bene comune e che siamo tutti sulla stessa barca”), la solidarietà, con un’attenzione particolare a chi ha più bisogno e alla distribuzione dei beni, la salvaguardia del Creato, come un’altra faccia della medaglia “della tenerezza, compassione e preoccupazione per gli esseri umani”, scrive il Papa. Si tratta di quattro fondamenti che ci possono aiutare e soprattutto possono aiutare chi guida la nostra società, spiega l’arcivescovo, a trasformala, a renderla più solidale e più giusta. Tutti sono chiamati a questo compito “artigianale”, ma in particolare chi ha potere economico, politico, scientifico ma anche nel mondo della comunicazione e dell’educazione.

La guerra è la negazione esplicita di tutto questo. E l’arcivescovo invoca: “almeno ci sia il rispetto del diritto umanitario in questi casi”. E rilancia la proposta del Papa di istituire, con un parte del denaro speso negli armamenti, un fondo per eliminare la fame nel mondo: “Non è un sogno, non è un’utopia, basterebbe una piccola parte di quanto le nazioni investono nelle armi”. Occorre però ripartire dalle famiglie, dalle scuole e dalle università, dalle comunicazioni sociali e dalle religioni. La pace è un lavoro artigianale, come scrive il Papa e come tale nasce dal basso, dal lavoro di tutti noi.