La casa residenza anziani Pallavicini-Baronio

Il tampone, le positività, lo tsunami, il lavoro senza orari, lo stress, la morte dei “nonni”, persone care come famigliari, il senso di impotenza: è quasi una pagina di diario quella che ci ha regalato Giovanna (il nome è di fantasia – ndr), una Oss, operatrice socio-sanitaria della Pallavicini-Baronio, la casa di riposo che nei mesi scorsi è stata l’epicentro di un focolaio Covid che ha provocato diverse morti tra gli ospiti e contagi tra gli operatori (anche la direttrice, Ilda Renzelli è risultata positiva, asintomatica, ed è rimasta in isolamento per qualche settimana).

Ora la struttura è quasi completamente Covid-free: gli ultimi tamponi di verifica sono programmati per il 31 dicembre. Ed è tempo di riflettere su quello che è stato (anche dal punto di vista psicologico) per riflettere e fare in modo che non succeda più.

Ecco la sua testimonianza.

“Ci siamo ritrovati dal quel ultimo tampone, l’inferno, la tempesta che ha travolto tutti noi, i nostri Nonni, le nostre colleghe… Dei nostri momenti, delle nostre risate non era rimasto più nulla, solo la forza di andare avanti di non mollare, perché c’era bisogno di te, di noi, delle poche persone rimaste. La mattina ti alzavi sperando che fosse una giornata migliore di quella precedente. Arrivavi davanti a quel cancello (l’angoscia, l’ansia, la paura di perdere qualcuno.

Abbiamo avuto l’aiuto, ma non era la stessa cosa: ti sentivi tu, estranea in casa tua e eri lì che cercavi in qualche modo di dimostrare che sei una persona valida e che comunque anche se era successo tutto questo non era colpa di nessuno e che purtroppo era successo (era successo e basta).

Abbiamo versato lacrime, abbiamo provato lo strazio abbiamo sentito la perdita di tante persone, ti sei sentita impotente… Barbi (una collega – ndr) una notte mi disse: “Giò, siamo in guerra”

Avevamo perso i giorni della settimana e il senso (si cercava di portare il lavoro avanti per fare in modo di gestire la situazione al meglio, collaboravamo tra noi, non c’era tempo eravamo tutti sullo stesso piano). Noi eravamo la nostra forza anche perché dovevi andare avanti, dovevi cercare di non sbagliare, fare tutto coordinato, c’era sempre la paura dell’esisto del tampone successivo

Qualche Nonna ti riconosceva, anche se eri coperta da visiera e mascherina e ti diceva: “sei tu?” Riconosceva la tua voce. E per te era una gioia immensa perché significava che non era inutile il tuo lavoro e che loro apprezzavano quello che tu facevi per loro.

Il pensiero dopo il lavoro era costante: “Avrò fatto tutto bene? Potevo fare meglio? Chiamo, avranno bisogno?” La tua testa viaggiava e viaggiava: davanti gli occhi scenari di morte sei dentro un vortice e non ne vieni fuori, non riposi, mangi poco, ti cambia tutto, speri che tutto questo finisca presto (tante persone ti sono vicine ti danno il loro coraggio sostegno per andare avanti)

È quindi ti rendi conto che siamo diversi, che siamo una “famiglia”: per noi conta la cura della persona, far stare bene i nostri nonni, cercare di avere tutto a posto, tutto in ordine come abbiamo sempre fatto, di lavorare bene per andare a casa e soddisfatti del nostro lavoro.

Nessuno si rende conto del lavoro che c’è all’interno di una struttura (come la Pallavicini-Baronio), il lavoro svolto da noi operatori socio-sanitari e l’amore che proviamo per questo lavoro… Non bastano le parole e una tastiera per descrivere il calvario che abbiamo vissuto, e la ferita che ti porti dietro e che ti cambia, il modo di pensare, di vivere. Cerchi sempre, di dare il meglio di te perché la paura e l’angoscia di tornare indietro è veramente tanta”.