Un ospite della Mensa di fraternità

“Vivendo qui ho ritrovato la cultura della condivisione che si vive in Africa, dove quando si prepara da mangiare, lo si condivide non solo con i propri familiari, ma anche con i poveri che abitano vicino”. Lo dice uno dei dieci ospiti (otto uomini e due donne) del “Buon Samaritano”, il dormitorio della parrocchia di San Rocco che ha sede in via Renato Serra, dove sabato 19 dicembre alle 11, verrà inaugurato il punto di ascolto alla presenza dell’Arcivescovo monsignor Lorenzo Ghizzoni. Una sensazione, la sua, logica conseguenza della quotidianità che si vive al dormitorio: i pranzi e le cene, dal lunedì al sabato, sono assicurati dall’attigua Mensa di fraternità e sono il frutto dei doni di tanti cittadini, di aziende, di commercianti, che, anche in questo tempo condizionato dal virus, condividono i beni che hanno regalandoli a chi è nel bisogno.

“La domenica poi – dice suor Clementina Copia, responsabile del dormitorio, che gestisce insieme a due operatori– ci pensa l’Opera Santa Teresa ad assicurare pranzo e cena agli ospiti”. Ma la cosa che più colpisce è la condivisione e la solidarietà fra gli ospiti. “Se riescono, magari grazie a un’offerta o a un lavoretto estemporaneo, ad avere qualche euro in tasca – continua la religiosa – comprano qualcosa da mangiare, da condividere con gli altri”.

Ascoltare le storie di queste persone, quasi tutte africane, mentre le due donne sono una italiana e una polacca, è come fare un viaggio ai primi del Novecento, quando erano gli italiani ad emigrare in cerca di fortuna e, nei paesi in cui arrivavano, incontravano difficoltà e ostacoli di ogni tipo. Sono persone accumunate da un grande bisogno: quello di lavorare, non solo per sé, ma anche per essere di aiuto alle loro famiglie che hanno lasciato nei loro Paesi.

C’è l’uomo proveniente dal Senegal, dove ha moglie e otto figli, che per venti anni, in Italia, ha fatto il camionista.
“Ma, a causa del Covid, sono stato licenziato e non ho più potuto pagare l’affitto – afferma – ero sulla strada e ho trovato ospitalità, ma anche affetto, qui al ‘Buon Samaritano’”. C’è il giovane che proviene dalla Guinea e che a Faenza faceva il giardiniere. Una volta lasciato a casa, ha fatto diversi corsi, imparando i mestieri di piastrellista, muratore, imbianchino. “E proprio l’imbianchino mi piacerebbe fare – afferma – perché ormai sono esperto”.

E ci sono due giovani, anche loro africani, che sono in attesa del permesso di soggiorno, un documento che è un “valore indispensabile – continua suor Clementina – ma che è difficile ottenere nel nostro Paese, sia per i tempi lunghi che per gli alti costi”. Condizioni di vita non facili, le loro, che il Covid ha peggiorato.

“Tutti hanno fatto il tampone, prima di essere ammessi – precisa suor Clementina -. Ma il problema vero è che sono limitati negli spostamenti, possono uscire solo per casi di comprovata necessità. Se vanno in un ufficio, o a fare una visita medica, devono poi immediatamente tornare a casa. E noi segniamo ogni loro spostamento in un registro. Questi limiti negli spostamenti sono per loro un serio ostacolo anche per trovare un’occupazione”.

Ma gli ospiti del “Buon Samaritano” non perdono la calma, e la fede. Cattolici o musulmani, ognuno di loro ha il proprio tempo e il proprio spazio di preghiera, in camera.Pregare, stare insieme ed essere aiutati concretamente, aumenta in noi la speranza”, afferma uno di loro.

E alla Messa di Natale nella vicina chiesa di San Rocco, se vorranno, potranno partecipare. Il 25 dicembre, poi, lo trascorreranno all’interno del “Buon Samaritano”, fra un pranzo e una cena più abbondanti e qualche tombolata. Accoglienza di chi è solo e in difficoltà, dono agli altri di ciò che si ha, preghiera, speranza, tutti i giorni: al “Buon Samaritano” è sempre Natale,