La sede ravennate della Camera di Commercio
La sede ravennate della Camera di Commercio

Sono 1.634 le imprese nate nella provincia di Ravenna nel 2020, 301 in meno rispetto all’anno precedente. A fronte di queste, però, 2.006 hanno chiuso i battenti nello stesso periodo, 180 in meno rispetto al 2019. Sono due dei dati di sintesi della rilevazione sulla natalità e mortalità delle imprese diffusi lunedì 25 gennaio dall’Osservatorio dell’economia della Camera di commercio di Ravenna sui dati del Registro delle imprese e consultabili sul sito www.ra.camcom.gov.it

Il risultato di queste due dinamiche ha consegnato, a fine anno, un saldo tra entrate e uscite negativo per 372 imprese e, dunque, a fine dicembre 2020 il numero complessivo delle imprese ravennati ammontava a 38.298 unità. Nella classifica delle province italiane della nati-mortalità delle imprese nel 2020, Ravenna si colloca al 101° e quintultimo posto e precede solo Rovigo, Ferrara, Gorizia e Mantova. Normalmente – sottolinea la Camera di commercio – le cancellazioni di attività dal Registro delle imprese si concentrano nei primi tre mesi dell’anno ed è in questo periodo che si attendono le maggiori ripercussioni della crisi dovuta alla pandemia. Crescono le società di capitali (+1,6%), che confermano l’orientamento – ormai consolidato – anche tra i neo-imprenditori, che, per affrontare il mercato, si affidano sempre più spesso a formule organizzative più “robuste” e strutturate, mentre diminuiscono imprese individuali (-1,6%) e società di persone (-1,8%), in particolare artigiane.

Dal punto di vista dei settori, a soffrire sono soprattutto il commercio (con un saldo pari a -144 contro -164 del 2019) e l’agricoltura (con un saldo pari a -144 contro il -150 del 2019). In territorio negativo anche manifattura (-51), costruzioni (-43), trasporto e magazzinaggio (-31), alloggio-ristorazione (-23) e, più a distanza, servizi alla persona (-9) e le attività finanziarie ed assicurative (-1). Segnali positivi si rilevano dai servizi alle imprese, in particolare dalle attività di noleggio, agenzie di viaggio, servizi di supporto alle imprese (+35), dalle attività immobiliari (+14) e dai servizi di informazione e comunicazione (+10).

L’artigianato chiude il proprio bilancio annuale con 128 unità in meno, quando lo scorso anno la riduzione era stata di 167 unità. Tra i comparti artigiani, nel 2020, hanno fatto meglio le imprese di noleggio, agenzie di viaggio, servizi di supporto alle imprese (+7) ed il commercio con 1 unità in più. In rosso la manifattura (-39), l’edilizia (-35), le attività dei trasporti e magazzinaggio (-20), i servizi alla persona (-17), alloggio e ristorazione (-7), gli altri servizi alle imprese (-13) e le attività agricole (-4). Aumentano le unità locali diverse dalle sedi (nel 2020 +128 unità-locali), raggiungendo il valore di 9.466 e quasi il 60% ha sede in provincia.

Le imprese giovanili, pur rappresentando quasi un quarto del totale delle iscrizioni (24,8%) e appena il 10,6% delle chiusure complessive, riducono la loro consistenza passando dalle 2.571 unità del 2019 alle attuali 2.431 (140 in meno, riduzione più sostenuta rispetto allo scorso anno quando si era registrata una contrazione di -104 unità). Il saldo della movimentazione è largamente positivo (+193 unità, in calo rispetto al 2019 quando si segnarono +255 unità).

Per le imprese straniere, la differenza tra aperture e chiusure sempre positiva, risulta ancora in lieve discesa, segnando un +99 unità, quando nel 2019 il saldo era stato di +115. Il saldo del 2020 risulta il più basso dal 2011. Rallentano le nuove iscrizioni (340 del 2020, 404 del 2019 e 423 del 2018) e rallentano anche le cancellazioni, passate dalle 294 del 2018 alle 289 del 2019 fino alle 241 dell’anno appena concluso. Ogni 1.000 imprese 122 non sono gestite da italiani, quando a livello regionale il rapporto è di 125 e in Italia di 104.

Per quanto riguarda l’imprenditoria femminile, l’andamento della movimentazione registra nel 2020 un saldo tra aperture e chiusure pesante (-67 unità, erano -11 nel 2019). La quota di imprese femminili in provincia rimane comunque elevata, con un valore pari al 20,9%, quota leggermente superiore a quanto rilevato in Emilia-Romagna (20,8%), ma ancora inferiore a quella in Italia (22,0%).

“Parliamo spesso delle piccole e medie imprese – ha sottolineato Giorgio Guberti, commissario straordinario della Camera di commercio di Ravenna – senza tuttavia raccontare mai chi siano davvero i nostri imprenditori: 37.000 ravennati che non si rassegnano di fronte alle difficoltà e che contribuiscono, rischiando in proprio, alla creazione del Pil e all’occupazione provinciale. Serve – ha concluso Guberti – in particolare in questo momento storico, una presa d’atto convinta della centralità dell’economia reale e, dunque, del valore economico e sociale dell’impresa, tutelandone gli interessi ed elevandone la competitività. Gli imprenditori sono sfiduciati e arrabbiati; hanno bisogno di certezze, programmazione e di poter lavorare. La Camera di commercio sarà sempre al loro fianco”.

Tra le regioni, la crescita più sensibile si registra, ancora una volta, in Campania (con un tasso di crescita dell’1,09%) e nel Lazio (1,03%), seguite da Sardegna (+0,91%) e Puglia (+0,80%). Sul fronte opposto Marche (-0,58%), Friuli V.G (-0,58%) ed Emilia-Romagna (-0,49%) sono le regioni che hanno fatto segnare le contrazioni più rilevanti.