Davide Camorani nella missione di Bomoanga, in Niger
Davide Camorani nella missione di Bomoanga, in Niger

Una fede nata e cresciuta alla casa della Gioventù di Mezzano. Poi una vita da infermiere professionale a Faenza, dov’è vissuto per venti anni e dove cantava nella parrocchia del Duomo. E ora la decisione di diventare sacerdote e missionario della Sma (Società delle Missioni Africane), quella di padre Luigi Maccalli, il missionario strappato due mesi fa dalle mani dei gruppi jihadisti che lo avevano rapito in Niger e che l’8 dicembre ha accolto la sua promessa di entrare nell’istituto. Davide Camorani, 49 anni, diventa diacono domenica 10 gennaio a Quarto (Genova) dove ha sede la casa provinciale per l’Italia della Sma e fino all’ordinazione presbiterale resterà lì a Santa Maria di Castello, “una parrocchia del centro con tutte le sue caratteristiche – spiega – fatta di popolazione anziana e tanti stranieri: si parla italiano, ma sempre missione è, insomma”. Ma non per molto: l’idea, da sacerdote, è tornare in Africa (“sennò divento vecchio anche per quello”, sorride) dove ha conosciuto padre Maccalli, proprio in Niger dove è stato rapito. In questa intervista racconta com’è nata e cresciuta la vocazione alla quale alla fine ha dovuto “arrendersi”.

Davide, partiamo dal Niger, quanto è stato e com’era la situazione lì?
Sono stato un anno nella missione della Sma che è a Bomoanga, al confine con il Burkina Faso, nel 2018: sono tornato pochi mesi prima che rapissero padre Pierluigi. Io sono un infermiere ma lì ho dovuto fare un po’ il “medico” nel nostro centro per bambini malnutriti. Il Niger è tra i primi tre Paesi più poveri al mondo: è quasi tutto desertico. Le persone vivono del poco miglio e mais che riescono a coltivare e di alcuni lavoretti. Non c’è nulla. Le case sono fatte di mattoni seccati al sole: una stanza, un po’ di paglia per dormire e un sacco di riso da mangiare.

Quali sono i principali bisogni?
Quello sanitario innanzitutto, c’è un grande problema di malnutrizione. Ma i poveri sono sempre i più generosi. Questo mi è rimasto impresso: la gratitudine è eccezionale. E davvero mi viene in mente quanto noi ci lamentiamo per delle stupidaggini. In posti come il Niger si capisce che si può godere semplicemente delle relazioni, di una serata passata a bere the e a capire la metà delle cose di cui si parla. È bello vedere le mamme che sorridono quando prendi in braccio il loro bimbo. Nei villaggi il sacerdote va a celebrare Messa ogni 7 o 8 settimane. Ma i laici fanno molto, si spostano di villaggio in villaggio per la catechesi, si trovano alle 4 del mattino per la preghiera nel periodo del lavoro nei campi quando si inizia a lavorare alle 6. I cristiani sono pochi ma tosti.

E sono minacciati dai gruppi islamici?
Il Niger è un Paese musulmano e sta diventando di fatto uno Stato islamico. I cristiani sono circa l’1%: molti convertiti, alcuni di seconda generazione dal periodo coloniale francese. Nel 2015 nella capitale Niamey sono state bruciate varie chiese ma è stato più che altro un gesto dimostrativo contro il colonialismo. C’è forte astio verso i francesi e i bianchi per loro sono tutti francesi. Fuori città bisogna stare attenti: non ci sono milizie islamiche propriamente dette ma bande di predoni, spesso ragazzini, che rapiscono gli occidentali per poi rivenderli ai gruppi jihadisti. Purtroppo è quel che è successo a padre Pierluigi. Dopo di lui, in quella missione, non sono andati più missionari occidentali.

Le ha raccontato della prigionia? Come l’ha rivisto?
Padre Pierluigi ha avuto sempre il cuore in Africa: quando eravamo in Niger, ci siamo subito trovati perché entrambi abbiamo un’attenzione per le questioni sanitarie, siamo diventati amici. Dopo il rapimento è stato due anni nel deserto. Lo hanno trattato relativamente bene ma ha passato due anni ad aspettare, i primi sei mesi da solo, poi con altri italiani, ha dormito all’aperto, incatenato di notte. Ha certamente rafforzato la sua fede. Sta reagendo sorprendentemente bene ma il trauma si vede. Non si è spenta la sua passione per l’Africa.

Come nasce la sua vocazione?
Sono stato in seminario a Ravenna da giovane quando “era ora” ma sono uscito perché non ero pronto. Mi sono trasferito a Faenza per la scuola infermieri e poi sono rimasto a lavorare lì. Ho fatto un viaggio in Africa con la Sma e poi sono rimasto legato: appena potevo venivo qui alla casa provinciale. E tornavo con una certa nostalgia. Alla fine mi son dovuto rendere conto di quel che sapevo da tempo: che volevo fare il missionario. Ma va detto: non è che fossi scontento prima. Ora però sono più felice, la vita è più piena.

Quindi sacerdote per…?
Certamente ho in mente i tanti volti di persone che ho incontrato in Africa e penso a quelli che incontrerò. La missione è portare il Vangelo, e quindi la speranza e la dignità a chi ha bisogno.

Tutto è iniziato a Mezzano? Cosa ricorda di quegli anni?
Ricordo certe figure di sacerdoti, don Settimio Levorato, il parroco, e don Alberto Camprini che allora era cappellano, che mi hanno dato tanto. Così come il mio catechista, Gianfranco Ravaglia, con cui sono ancora in contatto perché ho fatto da padrino a uno dei suoi figli, Michele. E poi la casa della Gioventù: in quegli anni eravamo sempre lì. Un ambiente che ha formato tanti.