L'Arcivescovo celebra la Messa per le vittime, i familiari, i malati di Covid e il personale sanitario

“Vogliamo ricordare tutti”: conosciuti e meno conosciuti, chi ha potuto avere qualcuno accanto ma anche i tanti che “non hanno potuto ricevere né i sacramenti, né un accompagnamento personale da parte dei loro cari nell’ultima ora, né ha potuto decidere il modo del funerale, come avviene nei tempi normali. Ma d’altra parte non siamo in tempi normali”.

Questo il senso della Messa che l’arcivescovo di Ravenna-Cervia, monsignor Lorenzo Ghizzoni ha celebrato questa sera in Cattedrale assieme a don Mario di Massimo, assistente della Consulta delle Aggregazioni Laicali (da cui è partita l’iniziativa in collaborazione con l’Ami, associazione dei Medici Cattolici di Bologna) e a don Alberto Graziani, direttore di Santa Teresa: pregare e affidare alla misericordia di Dio le vittime della pandemia, i loro familiari, i malati, il personale sanitario che ogni giorno “affronta questo dramma” e, in particolare, chi tra loro è morto di Covid, come Mirco Coffari, presidente di Scienza e Vita Ravenna e Case Manager dell’hospice e Donatella Brandi, oss all’ospedale di Faenza, la prima vittima in provincia tra i sanitari.

Presenti alla celebrazione anche rappresentanti dell’ospedale e dell’Ausl (come Paolo Bassi, direttore delle Malattie Infettive di Ravenna, Roberta Mazzoni, direttrice del distretto socio-sanitario e Patrizia Barattoni, responsabile del Servizio di Umanizzazione delle Cure dell’Ausl) e il sindaco, Michele de Pascale.

“Chi più è nella sofferenza, più è amato dal Signore – ha ricordato l’arcivescovo -. Stare vicino ai sofferenti e curarli, è stare vicino anche a Lui, che si è sempre identificato con loro: ‘Quello che avrete fatto a uno dei miei fratelli più piccoli lo avrete fatto a me’. La cura verso il malato, il carcerato, lo straniero, verso i poveri di ogni tipo, dice il Vangelo di Matteo nel racconto del giudizio finale, sarà il metro su cui saremo giudicati tutti, credenti e non credenti, perché lì si vede se abbiamo osservato il grande comandamento dell’amore del prossimo, quello che li riassume tutti”. E questo avviene, ha spiegato l’arcivescovo “perché Dio si rivela e si fa conoscere mentre noi ci lasciamo amare e amiamo gli altri, che diventano così nostri fratelli e sorelle, chiunque essi siano, vicini e lontani”

Questa la radice di ogni impresa e attività di cura: negli ospedali, come nei ricoveri, negli ospizi come negli orfanotrofi. Di conseguenza nell’opera di chi si prende cura degli altri, come operatori sanitari e scienziati, anche di chi si rifa solo ai valori umani e etici, noi “leggiamo una ispirazione profonda – ha detto monsignor Ghizzoni – che viene dalla bontà del Signore e dal suo amore per ciascuno dei suoi figli, sia per l’ammalato che per chi si prende cura di lui”.

“Vogliamo – ha concluso l’arcivescovo Lorenzo al termine dell’omelia – chiedere anche per tutto il mondo sanitario e chi è ad esso collegato, fino al volontariato e all’assistenza religiosa, che ci sia data ancora forza interiore per continuare a lottare, a sperare nonostante tutto e a ricercare con l’intelligenza che Dio ci ha dato, altri rimedi, altre cure, altre pratiche di prevenzione e di protezione dei più deboli”.

Alla fine della Messa è stata Patrizia Barattoni dell’Ausl a tratteggiare un breve ricordo di Mirco Coffari, con cui l’azienda, ma anche le associazioni che fanno parte della Consulta e dei Medici Cattolici hanno collaborato nell’allestimento di varie mostre al Santa Maria delle Croci. “Nel presentare quella su Moscati ci ha parlato della coerenza con la quale si deve affrontare la professione medica – ha spiegato – e della connessione tra corpo e spirito. In ogni malato vedeva l’immagine di Cristo”. L’immagine da non perdere in questa pandemia e nella fatica e nei disagi che essa parta alla cura delle persone. Anche in questo, Mirco è stato profetico.