Grazia Pecorelli
Grazia Pecorelli

La seconda ondata è arrivata, e ha messo sotto pressione gli ospedali. E’ una prova di resistenza, quella contri il Covid e ora la resilienza degli operatori sanitari, che ha fatto la differenza nella prima ondata, è messa a dura prova. Ecco cosa vede dal Pronto Soccorso di uno degli ospedali più grandi della regione, il Sant’Orsola di Bologna, Grazia Pecorelli, medico dell’urgenza, cervese, che già nella prima ondata ci aveva dato qualche coordinata per leggere la pandemia. L’abbiamo risentita ora per chiederle cosa, in questo contesto, fa la differenza.

Siamo stati di nuovo vicini a quel che ha vissuto la Lombardia nella prima?
“Solo in parte. Quanto accaduto a febbraio in Lombardia era frutto dell’assenza di strumenti per capire e di pianificazione per affrontare la pandemia. Ora, non senza un enorme sforzo delle strutture sanitarie e dei sanitari, abbiamo potuto attivare in tempi rapidi tutti i letti di terapia intensiva necessari senza dover trasferire nessun paziente in altre province. Non dimentichiamoci che siamo una Regione resiliente che fa di tutto anche per non fermare l’attività ordinaria, la fatica più grande. Ora, molto più della prima ondata, vediamo ad esempio pazienti non Covid sempre più complessi (infarti complicati, ulcere gastro-duodenali più gravi), perché hanno trascurato i sintomi giungendo in ospedale magari grazie all’intervento dei familiari. Resta infatti sempre alta la paura di non poter avere vicini i parenti o di contagiarsi, il rischio del contagio pur minimizzato al massimo attraverso rigide procedure e rigorosi protocolli non può essere escludere al 100%)”.

E ora?
“In questa seconda fase abbiamo imparato che i picchi di contagio e accesso alle strutture sanitarie hanno una ciclicità di circa 21-28 giorni e per questo abbiamo invocato già in ottobre misure di restrizione più rigide, nella speranza di salvaguardare il Natale. Sappiamo che il Paese non può fermarsi del tutto e che ciò non fa bene nemmeno agli equilibri psicologici degli italiani ma riteniamo pericoloso qualsiasi allentamento. Personalmente ammiro molto la scelta di Angela Merkel, forte, sofferta ma chiara e lungimirante”.

Cosa le fa paura di questa situazione?
“Detto con franchezza la nostra stanchezza. Certo siamo tra i lavoratori della pubblica amministrazione a stipendio garantito ma l’esposizione al contagio da Sars Cov 2 non può essere considerato come “clausola” imprescindibile di un contratto e sono esattamente 10 mesi che lavoriamo in condizioni fisiche davvero estenuanti per non infettarci, non infettare pazienti e familiari (nostri). Temiamo la logica di ‘imparare a convivere con il Coronavirus’ perchè abbiamo già visto come è andata nei Paesi in cui è stata applicata con ospedali saturi e terapie intensive al collasso. Non basta avere risorse economiche per attrezzare le strutture sanitarie, servono le nostre mani e il nostro cervello, quello che gli amici intensivisti chiamano il software umano. Non si trovano medici disposti a fare questo lavoro, nonostante le graduatorie aperte. Se prima era ambito fare il medico dell’emergenza (penso alla mia unità operativa) ora è decisamente l’ultima scelta, alcuni se ne vogliono andare, altri sono demotivati, insomma è un momento molto difficile. La resilienza degli operatori sanitari ha fatto la differenza nella prima ondata ma non so quanto durerà”.

Cosa le dà speranza?
“Il vaccino, perché sono convinta che cambierà il corso di questa storia anche se in tempi non brevi. Viviamo in un Paese dove nessuno, dico nessuno, è lasciato solo nella lotta al Coronavirus e anche se ci è stato, e lo è ancora, chiesto di fare un sacrificio, noi vediamo già la luce in fondo al tunnel. Io sono donna di speranza ma credo che in questa ultima manche vadano tutti fortemente motivati. Agli adulti in particolare chiedo di supportare i bambini e i ragazzi, l’anello più delicato della nostra catena della sopravvivenza nel contrasto alla pandemia. Aiutiamoli a convivere serenamente con il virus, rendendoli partecipi delle nostre azioni (distanziamento, mascherina, sanificazione delle mani) e promotori di questa cultura della prevenzione, perché la prevenzione è la vera terapia non farmacologica del Covid-19″.