Monsignor Ghizzoni nella Messa per Elisabetta Carbognin
Un momento della Messa per Elisabetta Carbognin

In prima fila, il marito Vittorio, diacono permanente, e i figli Angelica e Enrico. E oltre 50 persone, debitamente distanziate a Santa Maria in Porto. Tutte per lei, Elisabetta Carbognin, per tutti Lisetta, alla Messa in sua memoria, celebrata questa sera dall’arcivescovo di Ravenna-Cervia monsignor Lorenzo Ghizzoni e da padre Luca Lukanowski, rettore del santuario di Santa Maria in Porto. Una Messa in cui sono stati ricordati gli altri catechisti che non ci sono più e in cui, “oltre a raccomandare al Signore la nostra Lisetta – ha detto in apertura l’arcivescovo – anticipiamo la solennità di San Paolo I Eremita”.

Nell’omelia monsignor Ghizzoni affida al Signore Lisetta perchè “la accolga per il bene che ha fatto, per il bene che ha voluto, per la sua capacità di mamma, di donna, di testimone della fede” e chiede al Signore “che la accolga, la purifichi, le dia la piena comunione e la piena partecipazione con i santi del cielo”.
Poi ha commentato il brano del Vangelo di Marco, in cui si racconta di uno dei primi miracoli di Gesù: quello della guarigione di un lebbroso che poi, invece di tenere per sè l’atto di purificazione ricevuto, “si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città”. “La lebbra era considerata una malattia gravissima, spesso legata al peccato – ricorda l’arcivescovo – che portava ad allontanare le persone non solo per questioni sanitarie, ma anche a emarginarle per qualche peccato che nessuno sapeva forse ma che si sospettava. Il lebbroso è un emarginato, un peccatore; Gesù si presenta ai suoi discepoli che ha appena chiamato a seguirlo e a noi come colui che guarisce dal male e dal peccato, colui che libera, come colui che è venuto non per condannare ma per salvare, non per essere servito ma per servire”.

Questo passo del Vangelo ci serve “sia da punto di vista del nostro modo di concepire la Chiesa – prosegue l’arcivescovo – come casa che tiene sempre le porte aperte e dove i credenti sanno anche loro di essere peccatori e sono pronti ad accogliere i fratelli, anzi forse ad andarli a cercare perchè possano ritornare a far parte della comunità”. Ma ci serve anche per un aspetto personale: “quando siamo nell’oscurità, nell’ambiguità, nel male non dobbiamo aver paura di Dio, di Gesù Cristo ma dobbiamo ritornare a lui come ha fatto questo lebbroso e dirgli se vuoi puoi purificarmi. L’uomo non ha paura della sua malattia, della sua impurità. Gesù vuole guarire perchè, risanati, camminiamo dietro a lui. Dobbiamo imparare questi atteggiamenti di Gesù e applicarli alla nostra vita comunitaria”. Monsignor Ghizzoni ha poi concluso invitando a “mantenere alto e forte il cammino della fede, a mantenere salda fino alla fine la fiducia che abbiamo avuto all’inizio. Chiediamo al Signore di mantenerci vivi, forti nella lotta, nelle prove, nelle tentazioni, nella fede, e anche nella carità. Ringraziamo il Signore per coloro che ci hanno preceduto nel segno della fede e della carità, che sono stati testimoni per noi, per le nostre famiglie cristiane, nella vita familiare e di coppia, tra genitori e figli. Ringraziamo il Signore perchè spesso ci mette davanti a persone che sanno dedicarsi a lui e sanno essre sostegno e luce a coloro che le stanno vicini“.