Lefebvre, dal disegno di Raffaello (1653-1661 circa), Pesca miracolosa. Arazzo in lana, seta e filo d’argento dorato. Urbino, Galleria nazionale delle Marche
Lefebvre, dal disegno di Raffaello (1653-1661 circa), Pesca miracolosa. Arazzo in lana, seta e filo d’argento dorato. Urbino, Galleria nazionale delle Marche

Domenica 17 gennaio, II del tempo ordinario
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 1, 35-42)

In quel tempo Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: “Ecco l’agnello di Dio!”. E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: “Che cosa cercate?”. Gli risposero: “Rabbì – che, tradotto, significa maestro – dove dimori?”. Disse loro: “Venite e vedrete”. Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio. Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: “Abbiamo trovato il Messia” – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: “Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa” che significa Pietro.

Il commento di Don Luigi Spada, salesiano

Il messaggio che la liturgia della Parola ci lascia in questa domenica 17 gennaio, seconda del tempo ordinario, è prettamente vocazionale: “Il racconto della chiamata dei primi discepoli nel primo capitolo del Vangelo di Giovanni”, “Maestro dove abiti? Venite e vedrete”. In un tempo, il nostro, dove la vocazione alla vita consacrata, al matrimonio sacramento e al presbiterato diventa sempre più una rarità, oggi la Parola di Dio afferma che il Signore non ha cessato di passare dentro la vita dei nostri giovani e dentro la vita delle nostre comunità cristiane e continua ancora con il Suo fascino a chiamare.

Occorrono sempre più dei testimoni, dei Giovanni Battista che sappiano indicarlo presente nel nostro tempo. O meglio oggi abbiamo cristiani che si dicono tali e che frequentano anche le nostre chiese, ma che di fatto vivono una vita insipida. Il loro è un cristianesimo di semplice facciata e non hanno fatto un’esperienza viva e affascinante del Signore Gesù e a loro, come al giovane Samuele, la Parola di Dio non è stata rivelata.
Le nostre comunità parrocchiali devono riproporsi nel nuovo annuncio e sempre più accompagnare i cristiani a riappropriarsi della bellezza della chiamata alla fede.

Questa nuova pastorale richiede alcuni elementi prettamente evangelici: l’annuncio deve avere il sapore della “prossimità” e si deve collocare dentro una relazione personale: “sentendolo parlare così”. L’annuncio deve aiutare i nostri cristiani a guardare in alto, a cercare le stelle, a vedere le stelle, deve educare e portare ai grandi desideri della vita: “che cosa cerco?” “maestro dove abiti?”. Purtroppo ci accontentiamo di guardare la terra e di chiedere semplicemente un pò di salute, di soldi e di divertimento.
Inoltre l’annuncio deve aiutare chi lo ascolta a lasciarsi coinvolgere in prima persona: “vieni e vedi” e infine deve scaldare il cuore di chi lo ascolta e portarlo anche a vivere una vita che diventi amicizia, solida esperienza di fede: “e quel giorno rimasero
con lui…”.

Oggi purtroppo ci sono ancora comunità cristiane che riducono l’annuncio della buona notizia a una semplice trasmissione di dottrine, di riti, di precetti, di formule, di frasi fatte, che non intaccano minimamente il vissuto della nostra gente e nemmeno entusiasmano, così da poter dire come i primi cristiani e i primi discepoli: “Abbiamo trovato il messia”.
Cosa fare? Cosa proporre?
La grande sfida penso si giochi sul versante della formazione, del discernimento spirituale e dell’accompagnamento personale. Solo chi avrà realmente incontrato Gesù attraverso la preghiera, la vita di comunità, l’ascolto della sua Parola e l’esercizio concreto del servizio vivrà una vita pienamente riuscita e potrà contagiare con la sua gioia divenendo, come dice papa Francesco, un testimone e un “missionario” per la Chiesa e per il mondo.