Un momento del sit in contro la Dad di oggi pomeriggio

Si sono trovati in una trentina oggi pomeriggio, in piazza del Popolo a Ravenna: genitori, padri e madri, di studenti delle scuole superiori. Distanziati e silenziosi, apartitici e apolitici, e soprattutto spontanei, hanno inscenato una protesta contro la didattica a distanza e contro la chiusura prolungata delle scuole. L’iniziativa è stata organizzata da Monica Ballanti, mamma di un 14enne al primo anno di superiori e di una ragazzina che frequente le medie.

Il flash mob si è tenuto poche ore dopo la notizia della riapertura delle scuole in presenza al 50% da lunedì 18 gennaio, alla luce di una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna. “Avevamo fatte delle proposte per consentire la riapertura delle scuole fin da subito – racconta Monica – e in sicurezza, aumentando i trasporti pubblici, riducendo la capienza al 50% delle aule con turnazioni, alternando magari gli orari di entrate di uscita con orari scaglionati e con la vigilanza gli ingressi anti-assembramenti e la vaccinazione sicura e libera, non obbligatoria, per gli insegnanti, con priorità rispetto alle altre categorie”.

Chi solleva fogli con scritto ‘No dad’, chi fogli in cui sono riportate frasi tematiche di Gandhi, Mandela, Franklin e altri, il flash mob ha accomunato genitori ormai estenuati da mesi di didattica a distanza. “La scuola da febbraio dell’anno scorso è chiusa e ha avuto una sola piccola parentesi in settembre. In questi mesi i contagi non sono diminuiti – riscontra la signora Ballanti – e quindi la scuola non ha inciso sui contagi ma la sua chiusura sta provocando grossi danni ai ragazzini, soprattutto quelli in un’età molto fragile come l’adolescenza. Ci sono un sacco di ragazzi affetti da ansia, disturbi del sonno e si sta diffondendo la sindrome di Hikikomori per cui stanno sempre in casa davanti al computer e non hanno più alcuna possibilità di relazione con gli altri. E la scuola fatta così a distanza toglie tutta la parte bella dell’interattività, della possibilità di socializzare, del rapporto con gli insegnanti e con i compagni e lascia soltanto la parte più onerosa dello studio nozionistico. Ma la scuola non è quello, la scuola è esperienza di vita. Chiudendo la scuola si distruggono i sogni dei ragazzi”, conclude Monica.