Un’altra lettera accorata, preoccupata, quella che ci arriva dal nostro missionario fidei donum in Perù, don Stefano Morini. Il Covid è tornato a colpire e il Governo ha deciso di chiudere le chiese. Un nuovo lockdown “che ha ferito profondamente”. Ma la comunità ha già iniziato a reagire. Ecco il suo racconto.

La settimana scorsa il presidente del Perù ha annunciato un nuovo lockdown della durata, per il momento, di due settimane, con la chiusura totale di tutte le chiese . Questa decisione ci ha ferito profondamente, perché le chiese sono i luoghi più sicuri da contagio Covid 19, con un protocollo di sicurezza anti-contagio molto stretto e approvato dal Ministero della Salute (si prende la temperatura all’entrata, si dà il disinfettante, ci si disinfetta le scarpe, si porta sempre la mascherina, si mantiene la distanza, ecc..).

È triste una Chiesa che, davanti a tanta sofferenza e morte, si rinchiude in casa e, ben sicura e protetta da uno schermo, accompagna e offre consolazione e aiuto spirituale al popolo di Dio affidatole dal Padre.

Per affrontare questa situazione si è riunito il Consiglio pastorale parrocchiale cercando in un atteggiamento di preghiera di ascoltare la voce dello Spirito Santo, per comprendere che cosa siamo chiamati a fare.

Durante la riunione, in un clima di fraterna parresia, sono emerse varie possibili risposte. Qualcuno, citando l’esempio di Rosa Parks (la prima afroamericana che si sedette sull’autobus nei posti riservati ai bianchi), ha proposto una disobbedienza civile e quindi di continuare a riunirsi apertamente in chiesa per le varie celebrazioni, assumendosi anche tutte le conseguenze possibili. Ma questa soluzione è stata scartata, non tanto per le possibili conseguenze da parte del governo, ma per le sicure condanne da parte dell’autorità ecclesiastica, che non avrebbe accolto di buon grado questo nostro atteggiamento.

Altri hanno proposto di continuare a riunirsi, ma in modo clandestino, con le porte della chiesa chiuse, senza usare i microfoni, senza canti, ecc. Ma anche questa soluzione è stata scartata, perché è sempre difficile mantenere la clandestinità per un lungo periodo.

Allo stesso tempo è emerso, però, da parte di tutti i partecipanti, da un lato la necessità del nutrimento spirituale dell’Eucarestia, un alimento indispensabile che non può essere rimpiazzato durante le Messe virtuali e dall’altro l’importanza di fare sentire la nostra voce come popolo di Dio, ai vescovi per stimolarli a una azione presso il governo volta alla riapertura delle chiese. Come ha detto papa Francesco ai giovani durante la Gmg del 2013 a Rio de Janeiro “Hagan lío” (che significa “fatevi sentire”).

Così, abbiamo deciso, sperando che la nostra decisione sia in sintonia con lo Spirito Santo (cfr. Atti 15, 28) di accettare questo digiuno eucaristico e offrilo al Signore per tutti i malati; di pregare per i nostri governanti e vescovi perché si possano riaprire presto le chiese, di scrivere e far scrivere a più persone possibili una email alla Conferenza episcopale peruviana e al nunzio del Perù, chiedendo che i vescovi si facciano portavoce del popolo di Dio presso il governo per la riapertura delle chiese (“vogliamo intasare la loro casella di posta elettronica” ha affermato qualcuno); e se il lockdown continuerà, ci riuniremo a piccoli gruppi in chiesa per poter celebrare l’Eucarestia e nutrirci del corpo e sangue di Cristo, pur mantenendo sempre le Messe virtuali.

Sinceramente, sono stato molto contento di questa riunione, che mi è sembrato una applicazione concreta di cosa significa essere una parrocchia sinodale, dove le problematiche vengono affrontate insieme in un clima di discernimento, per comprendere cosa lo Spirito Santo ci suggerisce. Non so se siamo riusciti nell’impresa, sicuramente ci abbiamo provato.

Concludo con una nota bella e triste allo stesso tempo. L’ultima  Messa in chiesa l’ho celebrata sabato mattina 30 gennaio alle 7.30 del mattino. Beh, non ci crederete, ma la chiesa era piena come la domenica: i posti a sedere non erano tutti pieni (abbiamo una capacità con il protocollo di 190 posti a sedere), ma non si vedevano comunque molti posti liberi. In tanti sono venuti nonostante l’orario e il giorno lavorativo, per poter almeno ancora una volta ricevere Gesù Eucarestia. E vedendo i tanti occhi lucidi dei fedeli, si palpava concretamente la loro tristezza per quest’ultima Messa, una Messa che aveva il sapore del saluto a una persona cara, un addio, meglio un arrivederci, ma senza sapere quando torneremo a incontrarci.