La distribuzione dei pacchi viveri all'esterno del centro d'ascolto della Caritas diocesana

Che la situazione a livello sociale sia difficile, è evidente. Ma i dati 2020 del centro d’ascolto della Caritas diocesana danno la profondità di quanto sia peggiorata nell’ultimo anno.

Nel 2020 sono state quasi 2mila le persone che hanno bussato alla porta del cda di piazza Duomo (1.978, per la precisione), 801 in più dell’anno precedente (1.177). Se si guarda al numero di pacchi viveri distribuiti (che però scontano un cambio di modalità: mentre prima si distribuiva un pacco per famiglia ogni settimana, ora uno per persona ogni 3/4 settimane), i numeri sono raddoppiati: erano 2.867 nel 2019 e sono stati 5.774 nel 2020. Ma è dal numero dei nuclei familiari aiutati che si coglie il fenomeno più preoccupante di questa crisi: 225 quelli che si sono presentati per la prima volta in Caritas, su un totale di 732 (contro i 626 nuclei dell’anno scorso).

A pagare il prezzo più alto della crisi connessa all’emergenza sanitaria sono state proprio le famiglie: “Soprattutto quelle più numerose o le persone che vivono da sole. Si tratta soprattutto di persone che hanno perso un impiego legato al turismo – spiega la vicedirettrice della Caritas Daniela Biondi – o che hanno dovuto chiudere la loro azienda a causa della crisi. Poi ci sono le signore delle pulizie, spesso senza contratto regolare, lasciate a casa da un giorno all’altro nel lockdown. E a marzo scade il blocco dei licenziamenti: ci aspettiamo un ulteriore step”.

Nel 2020 quasi il 46% degli utenti Caritas parlava italiano, contro una media del 40% degli anni precedenti. “E anche le 225 famiglie nuove sono prevalentemente ravennati”, spiega Biondi. Non è semplice aiutare persone così, ragiona la Biondi: “Non sono abituati a chiedere aiuto. Alcuni ci hanno chiesto di poter ritirare il loro pacco viveri fuori dagli orari di distribuzione consueti perché si vergognavano. Perché magari fino a pochi mesi fa era lui, da imprenditore, che aiutava chi era in difficoltà. E noi abbiamo sempre detto di sì perché è importante che possano contare su di noi. Abbiamo cercato di far capire loro che il centro d’ascolto non chiude, che noi ci saremo sempre per loro. E credo sia stato importante: la condivisione della croce può essere di grande aiuto”. Perché il lavoro, tra qualche tempo, può anche tornare. Ma se nel frattempo le persone si lasciano andare, il rischio di restare ai margini è reale.

Una delle leve sulle quali lavorerà la Caritas sono i colloqui che riprenderanno dopo l’emergenza sanitaria negli spazi dell’ex casa del clero. “Serviranno tre mesi per incontrare tutte le persone che hanno iniziato a venire in Caritas durante il lockdown – quantifica Daniela – ma questo ci aiuterà a dare un volto ai bisogni e conoscere meglio le persone”. è proprio nei colloqui che si possono suggerire o immaginare insieme percorsi di uscita dall’emergenza.

Un anno complesso, quello appena passato, per la Caritas diocesana: “Per gli operatori anzitutto che non erano abituati a situazioni così drammatiche – spiega la vicedirettrice – con la paura di contagiarsi e un cambio repentino delle abitudini: nei nostri colloqui capitava spesso di supportare anche con un abbraccio le persone, cosa assolutamente da evitare ora. Ma quando ho visto la solidarietà che arrivava, allora ho detto ‘Ce la facciamo’”.

Perché c’è un’altra notizia: se sono quasi raddoppiati i bisogni, sono più che raddoppiati gli aiuti. “Da aziende private, associazioni, anche di musulmani (proprio in questi giorni ci hanno chiamato offrendoci cibo), persone fisiche, Lions e Rotary che hanno donato tessere prepagate per fare la spesa. Ancora Coldiretti ha rifornito di frutta e verdura appena raccolte. Per non parlare dell’aiuto fattivo degli scout che da inizio pandemia, in gruppi di 4/5 ragazzi, hanno supportato la distribuzione”.

Cosa mi ha insegnato quest’anno? Daniela ci pensa un po’ ma non troppo: “Che siamo tutti fragili – dice –. Pensiamo di cambiare il mondo ma più spesso è lui che cambia noi. Ma anche che siamo tutti fratelli e, anche nel nostro piccolo, solo se remiamo insieme e dalla stessa parte, riusciamo ad andare avanti”.