L'arcivescovo Lorenzo alla Messa per la Giornata del Malato, questa sera, in Duomo

Medicine, vaccini, terapie sono fondamentali, ma c’è un’altra cura da assicurare agli ammalati, quella della relazione. Un’opera che chiama in causa in primo luogo i cristiani, in un’alleanza proficua con tutti coloro che operano a partire dal valore della solidarietà.

Lo ha detto, questa sera, l’arcivescovo di Ravenna-Cervia, monsignor Lorenzo Ghizzoni, nell’omelia della Messa per la Giornata mondiale del Malato celebrata assieme a don Pietro Parisi (assistente dell’Unitalsi, Mac e Cvs), al parroco della Cattedrale, don Arienzo Colombo, all’amministratore parrocchiale della chiesa dell’ospedale padre Johntin Lokang e a don Alberto Graziani, direttore di Santa Teresa. In Cattedrale alla celebrazione che si svolge, come da tradizione, nella giornata in cui la Chiesa ricorda l’inizio delle apparizioni di Lourdes erano presenti alcune persone ammalate e disabili, molti volontari dell’Unitalsi, del Centro Volontari della Sofferenza e del Movimento Apostolico Ciechi, oltre alle autorità (era presente il Prefetto Enrico Caterino e la presidente del Consiglio Comunale Livia Molducci) e a vari professionisti e operatori della sanità sul territorio.

L’arcivescovo è partito dal tema della Giornata, Uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli (Mt 23,8), per sottolineare la base dell’impegno dei cristiani verso gli ammalati: “Ritorna la parola ‘fratelli’ sia nel titolo della Giornata che nel Vangelo di oggi e questo ha tante conseguenze e ne ha avuto nella storia perché la tendenza invece nell’umanità è quella a fare differenze e ordini di superiorità”

“Il malato – ha proseguito l’arcivescovo – ha bisogno di cura e attenzione a tanti livelli: fisico, anzitutto, ma anche psichico e spirituale”. Nasce in chi sta male la domanda che nelle Scritture si pone Giobbe: “Perché a me? Che cosa ho fatto?–. Le persone ammalate hanno bisogno di risposte di fiducia e speranza, anche in tema di fede. Hanno bisogno di cura, per guarire la stanchezza, la paura e il buio della malattia. E parole in grado di farlo si possono trovare nella Sacra Scrittura”.

È l’esperienza di tanti in questo tempo di emergenza sanitaria. Ma anche prima, ragiona monsignor Ghizzoni, di fronte a malattie totalizzanti e molto spesso mortali come i tumori. Per stare accanto “serve questo contributo di fraternità”: “vicinanza, ascolto, consolazione, sostegno, anche psicologico, morale e spirituale” ai quali i cristiani in particolare sono chiamati assieme a tutti gli uomini che si spendono per gli altri a partire dal valore della solidarietà.

È la cura della relazione, scandisce l’arcivescovo, che può far la differenza, perché chi è ammalato sperimenta su di sé quella condizione di precarietà e debolezza che ci mette nella condizione del bisognoso. Da cristiani dobbiamo esercitarci in questa particolare forma di carità che si articola nel rispondere a chi è nel bisogno ma anche nella cura  personale, e nella vicinanza. “Su questo saremo giudicati, sull’amore. ‘Ero ammalato e mi avete visitato’, dice il Vangelo”