Il premier Mario Draghi (foto Presidenza del Consiglio dei Ministri)

Dopo la fiducia dei due rami del Parlamento, il governo Draghi inizia la sua navigazione in mare aperto. Oggi è in programma anche il primo appuntamento ufficiale a livello internazionale, con la partecipazione del neo-premier alla riunione dei leader del G7, ma soprattutto urgono decisioni operative a strettissimo giro, a cominciare da quelle relative al contrasto della pandemia. È una sfida che accompagnerà ogni passo del nuovo governo: compiere scelte da cui dipenderà il futuro delle giovani generazioni (a cui lasciare “un buon pianeta, non solo una buona moneta”) e allo stesso tempo fronteggiare giorno per giorno il virus e le sue conseguenze. “Siamo in trincea”, per usare le parole di Mario Draghi nel suo discorso programmatico.

L’esecutivo nasce circondato da grandi attese e con un consenso parlamentare amplissimo: 535 sì alla Camera e 262 al Senato. “Vi ringrazio della stima che mi avete dimostrato, ma anche essa dovrà essere giustificata e validata nei fatti dall’azione del governo da me presieduto”, ha sottolineato il presidente del Consiglio nella replica a Palazzo Madama. Vaccini, scuola e transizione ecologica, su un versante, riforma del fisco, della pubblica amministrazione e dalla giustizia, sull’altro, sono i temi-chiave del programma che Draghi ha illustrato davanti ai parlamentari. Sullo sfondo campeggiano sempre le tre emergenze – sanitaria, sociale ed economica – che Sergio Mattarella aveva messo in evidenza nel suo intervento al Quirinale, poco prima di convocare per l’incarico all’ex-presidente della Bce.

La maggioranza eccezionale che, raccogliendo  “l’alta indicazione del Capo dello Stato” in una situazione di emergenza, si è coagulata intorno a un governo senza aggettivi (“semplicemente il governo del Paese”), è una risorsa di fondamentale importanza. Ma in mancanza di un accordo politico tra i partiti e, a maggior ragione, di un collante ideologico, è la convergenza nello “spirito repubblicano” a rendere possibile la sua tenuta. “Questo è il terzo governo della legislatura e non c’è nulla che faccia pensare che possa far bene senza il sostegno convinto  di questo Parlamento – ha affermato ancora Draghi nel suo discorso programmatico –. È un sostegno  che non poggia su alchimie politiche ma sullo spirito di sacrificio con cui donne e uomini hanno affrontato l’ultimo anno, sul loro vibrante desiderio di rinascere, di tornare più forti e sull’entusiasmo dei giovani che vogliono realizzare i loro sogni”.

Alle forze politiche che appoggiano il governo il premier ha riconosciuto “la volontà, la consapevolezza, il senso di responsabilità” con cui hanno accettato di fare un passo indietro “per il bene di tutti, dei propri elettori come degli elettori di altri schieramenti”. Un passaggio non indolore, come testimoniano le cronache di questi giorni, e che è destinato ad avere ripercussioni non superficiali sul sistema dei partiti. Anche per essi il governo Draghi rappresenta una sfida: può rappresentare una tregua che offre l’occasione per rigenerarsi e rilanciarsi in termini propositivi oppure uno schermo dietro cui combattere una guerra di posizione in chiave esclusivamente elettorale. Peraltro il “nuovo e del tutto inconsueto perimetro di collaborazione” tra le forze politiche non è privo di riferimenti politico-culturali ben precisi. Sulla discriminante europeista e anti-sovranista Draghi non ha fatto sconti.

Questo governo – ha affermato perentoriamente – nasce nel solco dell’appartenenza del nostro Paese, come socio fondatore, all’Unione europea, e come protagonista dell’Alleanza Atlantica, nel solco delle grandi democrazie occidentali, a difesa dei loro irrinunciabili principi e valori. Sostenere questo governo significa condividere l’irreversibilità della scelta dell’euro, significa condividere la prospettiva di un’Unione europea sempre più integrata che approderà a un bilancio pubblico comune capace di sostenere i Paesi nei periodi di recessione”. E come se non fosse stato ancora sufficientemente chiaro ha aggiunto: “Senza l’Italia non c’è l’Europa. Ma, fuori dall’Europa c’è meno Italia. Non c’è sovranità nella solitudine. C’è solo l’inganno di ciò che siamo, nell’oblio di ciò che siamo stati e nella negazione di quello che potremmo essere”.

Stefano De Martis
Fonte: Sir