“Ognuno di noi è capace di essere cura per l’altro: ognuno a modo suo ed è bello e pacificante trovare il modo… Ve ne sono tanti”. è la conclusione a cui è arrivata Alice Cicognani, medico Usca in servizio nelle case di riposo del faentino che la scorsa settimana ha portato la sua testimonianza nel corso di un incontro online organizzato dalla Fondazione Marri Sant’Umiltà sul tema “Costruirsi al tempo del Covid” al quale hanno partecipato anche don Michele Morandi, vicario generale della Diocesi di Faenza e Paola Babini, psicologa.

Alice Cicognani

Una testimonianza che parla di cura, sempre possibile, anche alla fine della vita. Anche di fronte al Covid. E di un modo diverso di stare accanto. Una testimonianza intensa e che fa riflettere, in vista della Giornata del Malato che anche nella nostra Diocesi verrà celebrata giovedì 11 febbraio con una Messa in Duomo preseduta dall’arcivescovo Lorenzo, alle 17.30.

Cosa sto/stiamo costruendo? È la domanda che voglio proporvi. Ognuno di noi ha una storia da raccontare, io vi porto la mia…Vi racconto qualcosa del mio vissuto di questo periodo e quello che vi racconto è proprio il mio essermi trovata a vivere la morte in questo tempo. Quella morte che spaventa, che fuggiamo. Da fine ottobre mi hanno chiesto di tornare a lavorare come medico Usca, unità nate per visitare al domicilio le persone affette da coronavirus.

Questa volta mi è stato chiesto di prestare servizio non nelle singole case ma nelle grandi case, le case di riposo. Strutture dove da metà ottobre sono stati registrati numerosi casi di coronavirus. Essendo comunità chiuse è facile che il virus si diffonda rapidamente. Ho incontrato le storie di tante persone anziane, storie che si intrecciano con quelle delle loro famiglie lontane che sono in pensiero per il proprio caro. E anche le storie degli operatori, alcuni malati, alcuni preoccupati per i familiari a casa ma anche in pensiero per gli anziani che dopo tanti anni diventano parte della famiglia degli operatori.

Tanti malati e tanta l’impotenza di fronte alla fragilità dell’anziano… Mi sono chiesta: come posso prendermene cura? Una delle fatiche più grandi per me è stare accanto alla morte lenta. Come quella di una signora che chiamerò Maria. Questa bella signora di 94 anni era tanto attaccata alla vita e voleva restare con noi ancora un po’. Quanta fatica chiamare ogni sera sua figlia per dirle sempre la stessa cosa: che la situazione restava grave, che la sua mamma era in fin di vita ma che ancora era lì. E poi la fatica di entrare nella sua camera ogni giorno, avvicinarsi e non avere niente da fare. La tentazione tante volte era quella di non entrare nella sua stanza. Tanto non sarebbe cambiato nulla, non avevo niente da fare per lei. Non ne ero capace.

Ma io lì potevo entrarci. Io potevo stare dove altri avrebbero voluto essere: penso ai tanti familiari/amici che avrebbero voluto stare accanto al proprio caro ma tante volte non è stato possibile. Maria stava lì, in silenzio, presente con il suo sguardo.

Un pomeriggio mi ricordo mi sono avvicinata e così, spontaneamente mi è venuto da sussurrarla all’orecchio che avevo sentito sua figlia e poi di aggiungere che sua figlia mi mandava a dire che le voleva tanto bene e le dava un bacio. Non era mica vero: sua figlia non me l’aveva chiesto. Quella sera ho detto alla figlia che mi ero permessa di farmi portavoce di quel messaggio, che lei non mi aveva chiesto a parole ma che mi ero sentita di poter fare.

Ecco questo piccolo gesto mi ha aiutata. Nel mio piccolo ho trovato un modo per prendermi cura della signora Maria, per restarle accanto: a lei, alla famiglia, a quella figlia… Da allora il mio entrare in quella stanza è stato diverso. Avevo imparato cosa potevo fare in quella situazione. E mi piaceva. Ognuno di noi è capace di essere cura per l’altro: ognuno a modo suo ed è bello e pacificante trovare il modo… Ve ne sono tanti.

Alice Cicognani, medico Usca nel territorio di Faenza