L'arcivescovo Lorenzo nella celebrazione per San Biagio

Si è pregato per don Alberto Graziani, ieri a San Biagio, nella Messa del Patrono. Il parroco del Borgo è costretto a un breve periodo di isolamento dopo un ricovero per un problema cardiaco. Non ha quindi potuto concelebrare la Messa per San Biagio assieme all’arcivescovo e ai confratelli, don Alain Gonzalez Valdès e don Marcelo Lopresti. Ma la vicinanza dei suoi parrocchiani è arrivata forte e chiara, anche attraverso la diretta streaming della Messa sui canali social della parrocchia.

E anche quella dell’arcivescovo Lorenzo: “Preghiamo San Biagio, vescovo e martire e a lui ci rivolgiamo per chiedergli la nostra conversione. Gli chiediamo anche un occhio speciale su don Alberto perché possa riprendere presto il suo servizio in questa comunità”.

L’omelia dell’arcivescovo, ieri pomeriggio, è stata un richiamo, molto significativo, a tutti i credenti a fare i conti con la storia. “Siamo dentro a quel ritmo annuale tipico dell’anno liturgico che ci fa ripetere ogni anno feste e tempi. La sensazione che si può ricevere è che la vita di fede sia un ciclo che si ripete ogni anno, sempre uguale”. Ma non è così, prosegue monsignor Ghizzoni: “La nostra è una storia in cammino, che progredisce, che va verso una fine ma ha anche un fine”. Certamente, il regno di Dio. “Ma prima di arrivare là – prosegue l’arcivescovo – c’è un cammino che dobbiamo fare. Sono 2mila anni che la Chiesa sta nella storia. Passa il tempo e cambiano i popoli e le culture e, con essi, la Chiesa”.

Questa è una missione oltre che un fatto per i cristiani che, esorta l’arcivescovo, devono “vivere l’attualità del cristianesimo”. Non solo il ritmo ciclico dell’anno liturgico. “Oggi ci sono avvenimenti nuovi, che finora non c’erano. La pandemia, ad esempio, che ha generato energie positive, ma anche tristezze, morti, fatiche, solitudini. Dobbiamo farci i conti. Noi cristiani non possiamo fare finta di niente e continuare a celebrare i nostri riti, le nostre feste macinando tutto, come se niente fosse. Dobbiamo starci dentro alla storia. Abbiamo un annuncio da dare in questa storia. E guai a noi se non riusciamo ad interpretare i bisogni che ci sono oggi. Se rinunciamo a proporre, in questa situazione, la nostra testimonianza di fede, luce, carità e servizio”.

Cosa siam chiamati a fare, dunque? Lo spiega Papa Francesco che sabato scorso ha lanciato un appello a “mettersi in cammino”. “Bisogna coinvolgere tutti: i laici, anzitutto, ma anche i sacerdoti, i religiosi con l’idea di mettersi in cammino insieme”. È il processo sinodale di cui ha parlato appunto Papa Francesco lo scorso sabato ai rappresentanti dell’Ufficio Catechistico in udienza (Ne parliamo qui)

Verso cosa stiamo camminando? Cosa stiamo realizzando di nuovo anche qui, come chiesa di Ravenna-Cervia?”, sprona l’arcivescovo. “Abbiamo bisogno di cambiare mentalità, non per occupare spazi ma per essere a servizio del mondo e della storia. Lo stile è quello dei testimoni, non dei padroni. “Se siamo davvero cristiani è perché ci interessa la vita e la salvezza del mondo. Non vogliamo che esso si perda seguendo gli idoli. Migliaia di persone hanno bisogno di conoscere il Vangelo. Non siamo cristiani per salvarci noi stessi ma per salvarci insieme, gli uni gli altri”.

“Chiediamo dunque al Signore – è stata la preghiera finale dell’arcivescovo – di stare dentro, da cristiani, nella storia, di costruire una Chiesa sinodale a partire dal valore del servizio per salvare noi e gli altri”