Scuola bizantina (VI secolo) Gesù guarisce un lebbroso (particolare) pasta vitrea a mosaico. Duomo di Monreale
Scuola bizantina (VI secolo) Gesù guarisce un lebbroso (particolare) pasta vitrea a mosaico. Duomo di Monreale

VI domenica del tempo ordinario
Dal Vangelo secondo Marco (Mc 1, 40-45)

In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: “Se vuoi, puoi purificarmi!”. Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: “Lo voglio, sii purificato!”. E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: “Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro”. Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.

Il commento di Andrea Marchetti, diacono

Nel libro del Levitico si raccontano le prassi del mondo ebraico di fronte a un uomo che contraeva la lebbra, lasciandolo solo nella sofferenza e nell’emarginazione, così come accadeva a tutte le persone ammalate. Questo succedeva in quanto nella cultura ebraica la malattia era una conseguenza del peccato della persona stessa o dei suoi familiari. Quindi se tu eri ammalato voleva dire che tu o un tuo familiare avevate commesso un peccato verso Dio o verso un fratello. Per cui gli ammalati nell’Antico Testamento venivano spesso emarginati e lasciati soli perché ritenuti appunto dei peccatori.

Con la venuta di Gesù questa prospettiva cambia in quanto egli nel Vangelo di Luca (5, 31-32) ci dice chiaramente: “non sono i sani che hanno bisogno del medico ma gli ammalati; io non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori a convertirsi”. Nella sua vita terrena Gesù, infatti, è esempio di vicinanza non solo del sofferente ma anche del peccatore perché è venuto per la salvezza di tutti. Chi è nella sofferenza non va temuto. Nemmeno chi vive nel peccato ma al contrario entrambi vanno accolti e amati affinché possano tornare alla luce (Giovanni 9: il cieco nato).

Marco nel Vangelo di domenica ci racconta del lebbroso che chiede a Gesù: “se vuoi puoi purificarmi”. E Gesù risponde “Lo voglio, sii guarito”. Questo ci rivela l’atteggiamento di Gesù nei confronti dell’uomo bisognoso, un atteggiamento di compassione e misericordia, quindi non più di giudizio e di condanna. Nella parte finale del Vangelo troviamo Gesù che si ritira nei luoghi deserti lontano dalle folle, egli ci vuol far capire che il suo tempo non è ancora compiuto, ha guarito molti, ma quando verrà il suo tempo guarirà tutti, tutti gli uomini e donne del passato, presente e futuro. Attraverso il suo sacrificio sulla croce pagherà il riscatto come agnello immolato per noi, per tutti i peccati commessi e in questo modo dando a tutti la possibilità di stare in compagnia del Padre.

Allora la malattia e il peccato possono diventare un passaggio, un cammino fino a un incontro. A volte un’opportunità per incontrare il Signore, Lui sola nostra speranza. Certo non è facile stare nel dolore, nella solitudine, nella sofferenza, nella malattia, stare in croce, ma Gesù si è fatto prossimo, e solo contemplando il mistero della sua morte in croce si può intravedere la risposta ai quesiti dell’uomo e intravedere la gloria della redenzione.

L’uomo che contempla il Vangelo diventa un uomo che ha la sua terra in cielo, ha la speranza nei beni celesti, dove trova le risposte a tutte le domande esistenziali che egli si fa sulla vita, sulla sofferenza, sul perché del male e della malattia. L’esempio di tanti santi ci dimostrano che è possibile vivere protèsi verso la vera meta. Da un anno a questa parte, di fronte a questa pandemia, abbiamo avuto tanti contrasti, tra le regole da osservare per il rispetto verso gli altri, ma nello stesso tempo abbiamo manifestato il desiderio di essere vicino alle persone più fragili e nel bisogno.