Un gruppo di giovani accanto a Stefan

“Come fa Dio a volerci bene in un mondo che fa schifo?”. Quella domanda che le ha fatto ormai mesi fa Daniel, un “amico di strada” ha colpito nel segno Giada, 20 anni al massimo, volontaria dell’Oratorio Don Bosco di Punta Marina. Che da allora non si perde una Ronda della Carità con i giovani. E infatti c’era anche lei, ieri sera, assieme a una trentina di giovani invitati dalla Pastorale Giovanile ad accompagnare i volontari della Ronda a portare un po’ di compagnia ai senzatetto della città. “Quando ce n’è la possibilità, partecipo sempre”, spiega. Forse per cercare di dare una risposta a quella domanda di Daniel: “Quell’amore che Dio ci dà” lei lo vede. E forse, anche attraverso la Ronda, prova a rendere il mondo un po’ fraterno, per Daniel e anche per gli altri come lui. “Come Oratorio cerchiamo di aiutare i poveri nel Sud del mondo. Ed è importante per me cercare di fare qualcosa di concreto per loro anche qui. Faccio fatica a voler bene. E quindi ci provo anche così”. L’amica Clara concorda: “Non c’è mai un limite al bene che puoi fare. E quel che puoi fare di bene agli altri, fa bene anche a te”.

La preparazione della serata in Seminario

Sono tanti i giovani che scelgono di spendere una delle poche serate “in presenza” accanto a questi amici “di strada”.  La Pastorale Giovanile ha dovuto sdoppiare questo appuntamento: la prima edizione “speciale” della Ronda si è svolta lo scorso 10 gennaio, con altrettanti giovani presenti. Vista l’alta adesione si è programmata una seconda serata che si è svolta ieri sera. Tra i giovani arrivati alla spicciolata in seminario ci sono anche alcuni scout del Ravenna 3: Simone, Sofia, Giulia, Sofia A, Pietro Federico, Elena e Giulia M. “Pronti a servire, è il nostro motto – spiega Federico quando gli chiedi per quale ragione sono lì –. Si può fare in molti modi: noi andiamo dove c’è bisogno”. E ieri sera i loro capi hanno pensato a questa esperienza per loro: “Viene da pensare alla ragione per la quale alcune persone vivono in strada, qui a Ravenna. Credo che faremo tesoro di questa esperienza per capire un po’ di più la diversità”, aggiunge un altro componente del gruppo.

Mezz’oretta per preparare i sacchetti di pizza e panini da portare “ai nostri amici di strada” e per scaldare il tè. E poi si parte, divisi in gruppetti. L’incontro con Stefan sotto i portici della Coop di via Faentina è un pugno allo stomaco. Ungherese, 48 anni e due fratelli che “l’hanno abbandonato dopo la morte dei genitori”, spiega Francesco Rivelli, per gli amici Zebra, volontario storico della Ronda. Un gruppetto lo raggiunge alle 20.30 e lui è già steso nel suo giaciglio di fortuna. Fragilissimo, quasi estraniato dal mondo, fatica a parlare, chiuso nel suo bozzolo di delusione. Sembra lontano anni luce dai discorsi che facciamo, ormai disilluso sulle relazioni che possiamo instaurare. L’unico che riesce a interessarlo a qualche discorso è Zebra: racconta di un viaggio a Milano per richiedere al Consolato i documenti d’identità persi. Di lui si fida, è evidente. Di tutti gli altri no.

L’unico sorriso riusciamo a strapparglielo parlando dell’alcool che avremmo dovuto mettere nel suo tè. Ma anche quello, in realtà, è un problema: ci dice che non riesce a smettere, e che l’alcool gli fa male al fegato. Non è l’unico suo problema di salute: soffre di epilessia, è caduto più volte a terra. E una volta è finito all’ospedale. L’incontro lascia l’amaro in bocca. “Non è semplice aiutarlo”, ci conferma Zebra. Ma i volontari della Ronda ci sono, ogni domenica.

A tarda sera, ci si ritrova di nuovo in Seminario. Nella cappellina è pronto il Santissimo per un momento di adorazione con i giovani che hanno partecipato alla Ronda. Lì davanti portiamo i nomi degli amici di strada che abbiamo incontrato: tutti, senza dimenticare nessuno. Almeno davanti al Santissimo.

Don Matteo Papetti, direttore della Pastorale Giovanile, ricorda che “La Ronda c’è ogni domenica sera”: un invito, aperto a tutti. I giovani pregano e cantano affidando le persone che hanno incontrato al Dio della vita, nel giorno in cui la Chiesa celebra proprio questo: la Vita. Un Dio che ha bisogno delle nostre mani per curarla, per salvarla, la vita. Come spiega il brano di Matteo 25: “Tutto quel che avete fatto a uno di questi piccoli, l’avete fatto a me”.