Monsignor Derio Olivero

La bellezza come “prisma” per annunciare il Vangelo. È una delle piste per la catechesi dopo il Covid tracciate da monsignor Derio Olivero, vescovo di Pinerolo nella video-intervista curata da Risveglio Duemila in occasione del primo webinar organizzato dall’Ufficio Catechistico diocesano . Il vescovo piemontese, com’è noto, a marzo 2020, si è ammalato di Coronavirus e per alcuni giorni è stato tra la vita e la morte nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale di Pinerolo.

Guarito, ha iniziato un’opera di annuncio e riflessione sull’esperienza che ha vissuto attraverso i social e i media, oltre che con un libro “Verrà la vita e avrà i suoi occhi”, scritto con Alberto Chiara. E ai catechisti di Ravenna affida un compito specifico: “Parlate ai ragazzi con i mosaici, fate parlare queste opere. Avete una fortuna straordinaria”. La verità, appunto, attraverso la bellezza.

Monsignor Olivero, cosa può insegnare il Covid alla nostra Chiesa?
Nel tempo dell’emergenza sanitaria abbiamo scoperto alcune fragilità della nostra chiesa. Chiuse le chiese, sembrava finito tutto. E questo perché il nostro cristianesimo si è molto sviluppato in parrocchia e con l’Eucaristia. E così ci siamo trovati fragili su due cose: la casa e la Parola. Ci siamo resi conti di aver bisogno di rivalutare cioè la “dimensione credente” della casa, attraverso dei simboli, dei momenti di riflessione. Anche la dimensione della Parola è importantissima. Mentre noi, nonostante il Concilio Vaticano II, l’abbiamo dimenticata. E poi c’è il tema delle relazioni. Anche quando finirà, sarà quello il terreno su cui lavorare.

L’esperienza che ha vissuto ha cambiato il suo stile di annuncio?
Nell’esperienza della malattia grave, che non avevo mai avuto, e dell’essere a un passo dalla morte ho toccato con mano la solidità della nostra fede. Quando tutto stava svanendo, mi sono reso conto che io potevo poggiare su qualcosa di solido, su qualcuno di solido, che è il buon Dio. E questa scoperta mi accompagna. Credo sia una cosa da non dimenticare mai. A volte, io per primo, racconto idee, concetti, invece che passare questa solidità. La seconda cosa sono appunto le relazioni. Quando sono uscito dall’ospedale, ho scritto ai miei sacerdoti: fatevi vicini alla gente in ogni modo possibile, con lo streaming, con i social, con lettere scritte, ma fatevi vicini. Ci sono infiniti modi per farlo. Io ho sperimentato, ad esempio, “A cena con”: per 40 sere mi facevo “invitare a cena” e per 10 minuti, alle 20, iniziamo cena insieme. Serve concretezza e anche con un po’ di creatività. Quanto è vicina la Chiesa alle persone? Certo con la Messa, i Battesimi: momenti importantissimi ma eccezionali. E nella vita quotidiana, quando si va a cena? È una domanda seria, anche per i catechisti. La Chiesa viene vista solo come istituzione, non nella sua dimensione comunitaria. Mentre è anzitutto un insieme di relazioni. Bisogna spezzare questo meccanismo. La Chiesa in uscita è quella che va nelle case.

Ci può suggerire qualche pista per la catechesi dopo il Covid? Cosa tenere e cosa buttare?
Curare la spiritualità, anzitutto: lo facciamo troppo poco. Non si fa un serio lavoro per fare in modo che gustino la potenza del silenzio. Oppure un’educazione all’invocazione o alla meraviglia. Come si fa poi a chiedere a questi ragazzi di stare un’ora a Messa? Abbiamo poi riscoperto l’importanza dell’alleanza con i genitori. È poi una questione di stile: la catechesi è ancora troppo percepita come simile alla scuola. La pandemia ci ha anche fatto vedere che molti non tornano, a Messa, al catechismo perché hannno visto che si può vivere anche senza. Che è una verità. E dunque? Bisogna che ci sia qualcosa di bello e appassionante di qui in avanti, non sarà più scontato che vengano. La pandemia su questo è stata radicale: o qualcosa attrae nella bruttura che ci circonda, o non vale. E noi, forse, come Chiesa, abbiamo mancato a questo appuntamento. Non abbiamo avuto parole significative e belle. “Significative” vuol dire anche concrete. Quante volte le nostre prediche sono tremendamente teoriche, astratte, intellettualistiche, distanti. Non sbagliate, ma lontane. Così pure per il catechismo. Il Vangelo fa sempre riferimento alla vita.