Sara e Paolo Dima

Due operatori sanitari per genitori e quattro figli in Dad. Come si sopravvive a una pandemia mondiale in queste condizioni? Con un po’ di organizzazione e tanto spirito di adattamento, spiegano i coniugi Dima, una famiglia numerosa della parrocchia di San Pier Damiano che per fortuna, da mercoledì 7 aprile, grazie alla riapertura delle scuole fino alla prima media potranno tirare un po’ più il fiato. Potremmo considerarli l’emblema della famiglia sotto pressione: perché grande famiglia, appunto, e perché entrambi i genitori sono impegnati sul fronte più duro della lotta al Covid: lei infermiera al Pronto Soccorso e lui in un reparto Covid.

La famiglia Dima con un’amica, al centro

Come facciamo? Sara ha un part-time e io, facendo i turni, riesco ad avere qualche giorno di riposo. Per il resto, ci dà una mano mio suocero Massimo (responsabile della casa famiglia di Gambellara – ndr) che però ha preso anche lui il Covid, dopo che ci siamo ammalati noi ed è stato all’ospedale per un po’”. Già perché, tutti o quasi tra genitori e quattro figli tra 15 e 8 anni, sono stati contagiati ma per fortuna senza gravi conseguenze.

La realtà è che i Dima riescono a prendere tutto con un sorriso: “Alla fine, per noi è una specie di routine: i nostri figli si limitano a chiedere: ‘Chi c’è oggi?’ E si adattano”, spiega Paolo. Ma quella “routine”, sempre diversa, è frutto di un “planning mensile” tutt’altro che semplice: incastri di turni e spirito d’adattamento, lavatrici fatte a mezzanotte e tanto amore. E quest’anno possono anche dirsi più “fortunati”: “A giugno 2020 ci siamo trasferiti in una casa più grande, con un cortile e molto più spazio”, spiega Paolo. Resta però il tema Dad, che nell’ultimo mese ha interessato tutti e quattro i figli di Sara e Paolo. “I miei ci hanno regalato un tablet e così abbiamo tre dispositivi –. Abbiamo fatto richiesta di un altro alla scuola e ci hanno risposto che, avendo mio figlio un bisogno educativo speciale, potevamo portarlo a scuola. Ne sono contento, ma spero che i presidii ci siano per tutti”.

Sul fronte lavorativo, spiegano entrambi, la pressione ovviamente non manca ma la situazione nella terza ondata è stata meno drammatica dell’autunno scorso. “I nuovi posti letto – spiega Sara – ha permesso di ridurre la pressione sul resto del Pronto Soccorso. Le persone almeno non aspettano in barella, ma in un letto e in una stanza. Non aspettano poco, anche una settimana, ma a questo serve quel luogo: a fare da filtro, noi lo chiamiamo ‘Obi filtro’, per far arrivare i pazienti nei raparti, ‘sporchi o puliti’ a seconda dei risultati del tampone”. A lavorarci, tre infermieri e due oss di notte e un assistente e due infermieri di giorno.

Il reparto di Paolo in questa terza ondata da post-Acuti si è trasformato in un reparto Covid: “E’ molto stressante e faticoso lavorare ‘bardati’ con tutti i dpi per evitare il contagio: manca l’ossigeno e ti stanchi dopo poco”. Ovviamente, non c’è modo di trovare infermieri disponibili (dall’inizio della seconda ondata è quella la “risorsa” più scarsa e ricercata nel mondo sanitario, non solo in ospedale): “E così dove eravamo in tre ora siamo due e così via – racconta Paolo –. In questo modo, i pazienti hanno un posto letto ma sono un po’ abbandonati a sé stessi. Soprattutto senza parenti”. Meno stai con loro meglio è, sembra essere l’input: ovviamente non aziendale, ma molti l’hanno preso così.

Anche perché chi non è allettato si muove, almeno per usare le toilette che sono in un’altra stanza: sono contraddizioni che oggi, dopo un anno, davvero non capisco. A volte penso che abbiamo gestito meglio la prima ondata”. Quel che ancora nessuno è riuscito a reintrodurre nel “protocollo” di cura è la relazione: “Restare umani, trattarli come persone: questo tento di fare ogni giorno. Ed è una gran fatica, perchè mascherine, scafandri, visiere etc nascondono il sorriso, lo sguardo, tutta la persona“. La sfida, allora, è sorridere più forte.